Politica, Stati Uniti
10 Maggio

Stati Uniti Cina, la nuova guerra fredda


Il coronavirus ha reso ancor più gelidi i rapporti tra Stati Uniti e Cina. La credibilità del presidente Xi Jinping in bilico dopo le accuse americane secondo cui la pandemia poteva essere fermata nel luogo d’origine e i sospetti che il virus sia fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan. Le opinioni di Matthew Kroenig, docente Georgetown University e autore del libro “The return of Great Power Rivalry; Dali Yang, docente Università di Chicago; Laura Rosenberger, direttrice Alliance for Security Democracy; George F. Will, editorialista Washington Post . Immagini e montaggio: Rocco Contini. Ricerche: Stefano Corti.

TESTO

Matthew Kroenig, docente Georgetown University

L’opinione prevalente è che il virus abbia avuto origine nel  mercato di Wuhan, dove si vendono  animali selvatici. Non lontano però c’è anche un laboratorio noto per condurre ricerche su coronavirus e pipistrelli. E’ anche possibile che il virus venga da li. Ma non ci sono prove certe. Quelle mostrate dal governo americano ad alcuni alleati non sono risultate convincenti.

Dali Yang, docente Università di Chicago

La quasi totalità della comunità scientifica è d’accordo che il virus non è stato fabbricato. Resta l’ipotesi che ci sia stato un problema nella gestione del laboratorio.  Dubito che anche se si conducessero inchieste approfondite si arriverebbe a conclusioni nette.

Il virus killer che ha ucciso oltre 250 mila persone nel mondo e ha fatto piombare l’economia globale in una cupa recessione sta inasprendo lo scontro tra Stati Uniti e Cina.

“Hanno commesso un errore enorme che non sono riusciti a nascondere”, accusa Donald Trump

 “Abbiamo prove, anche se non certezze, che il virus sia fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan”, dice il segretario di Stato Mike Pompeo.

Accuse alle quali la Cina replica colpo su colpo. I portavoce del governo e la stampa locale definiscono assurda la tesi che il virus sia uscito da un laboratorio. Sostengono che è cortina fumogena alzata dall’amministrazione americana per nascondere i propri errori nel contenere l’epidemia.

Matthew Kroenig, docente Georgetown University

Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, vediamo risorgere una accesa competizione per il potere, questa volta tra Stati Uniti e Cina. E per molti aspetti questa competizione è anche più intensa della Guerra fredda.

Le navi da guerra di Stati Uniti e Cina incrociano minacciosamente nelle acque strategiche del Mar Cinese Meridionale.  Secondo la Reuters, un rapporto preparato da un think tank governativo per il presidente cinese Xi Jinping esorta a prepararsi allo scenario peggiore, un conflitto armato. Il documento sostiene che la pandemia ha diffuso un  sentimento anticinese di una intensità che non si vedeva dalla repressione della protesta di piazza Tienanmen del 1989

Dali Yang, docente Università di Chicago

Il virus ha minato alle fondamenta il processo di globalizzazione. Come risultato, assistiamo a recriminazioni reciproche tra Cina e Stati Uniti. Lo scontro è iniziato con la guerra commerciale e ora è stato amplificato dalla pandemia. 

La tesi che il virus sia scappato dal laboratorio non fa proseliti. Anche Anthony Fauci, il virologo della task force della Casa Bianca, dice che è opera di madre natura. Eppure, l’Amministrazione americana   non è isolata nel chiedere alla Cina maggiore trasparenza. Appelli simili lanciati dall’Europa. L’Australia propone un’inchiesta internazionale.  Sotto la lente, i ritardi e gli insabbiamenti iniziali.

Laura Rosenberger, direttrice Alliance for Security Democracy 

Il Partito comunista cinese non è stato tempestivo e trasparente nel fornire informazioni su ciò che è accaduto in Cina, in termini di trasmissione e numeri di contagi, soprattutto nei primi giorni del virus.  E’ molto importante che una commissione sia messa nelle condizioni di condurre un’indagine indipendente, senza interferenze politiche.

L’offensiva della Cina, tesa ad aumentare la sua sfera di influenza capitalizzando il successo nel contenere il virus, incontra crescenti resistenze.

Matthew Kroenig, docente Georgetown University

All’inizio in molti hanno ammirato la risposta della Cina al virus. Ma man mano che giungono nuove informazioni, cresce il sospetto che la Cina non abbia detto la verità sul numero di contagiati, che l’impatto sia stato peggiore di quanto riportato. La risposta dei regimi democratici è più lenta e variegata. Ma questo modo di procedere permette alle nostre democrazie di commettere meno errori.

II virus ha messo in ginocchio la prima potenza economica del pianeta: 33 milioni di posti di lavoro bruciati, code ai centri di distribuzione gratuita del cibo, un PIL in caduta verticale. C’è un solo precedente storico,  la Grande depressione degli anni Trenta.  Donald Trump, che ha annunciato un rapporto completo sull’origine del virus, ha minacciato di punire la Cina con un’arma a lui cara, i dazi.

George F. Will, editorialista Washington Post

Trump chiama se stesso l’uomo dei dazi. Non comprende che i dazi non puniscono la Cina ma i consumatori americani costretti a comprare merci cinesi più care.  

“Il virus come per miracolo sparirà”.

Trump ha inizialmente minimizzato il  rischio rappresentato dal virus prima di rassegnarsi a fermare  l’economia, suo fiore all’occhiello. La risposta alla pandemia sarà il tema centrale della corsa alla Casa Bianca. I sondaggi per ora vedono il candidato democratico, Joe Biden, in testa sul presidente in molti degli Stati chiave.

L’attacco alla Cina da parte di Trump un diversivo o ha un fondamento reale? 

George F. Will, editorialista  Washington Post

La mia risposta è entrambe le cose. L’Amministrazione Trump sta cercando di distogliere l’attenzione dalle sue responsabilità trovando un capro espiatorio. D’altronde molte serie personalità chiedono di far luce sul  perché la Cina è stata lenta e disonesta nel dare informazioni che avrebbero potuto fare la differenza nel salvare vite.

 

Laura Rosenberger, direttrice Alliance for Security Democracy

C’è una preoccupazione bipartisan negli Stati Uniti, condivisa sia dai Repubblicani sia dai Democratici, per l’atteggiamento aggressivo e assertivo della Cina.

Con le elezioni alle porte, e un’opinione pubblica americana ostile a Pechino, Trump cerca di accreditarsi come l’unico leader in grado di fermare l’avanzata del Dragone. Ha sostenuto che Pechino è pronta a tutto pur di vedere Biden alla Casa Bianca. Ha anche lanciato una campagna pubblicitaria da 10 milioni di dollari che usando dichiarazioni fuori contesto dell’avversario lo ritrae  come propenso all’appeasement nei confronti di  Pechino.

Laura Rosenberger, direttrice Alliance for Security Democracy

Per affrontare la Cina  è necessario fare fronte comune con i nostri partner ,  unificare il Paese. Il Presidente invece politicizza la sfida. E questo non aiuta affatto.

 


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