Archivio 'Politica'

Politica, Terrorismo
13 Marzo 2011

Itamar, strage degli innocenti: le mie foto

Decine di migliaia di persone hanno partecipato a Gerusalemme ai funerali della famiglia Fogel: il padre Udi (36 anni), la madre Ruth (35) e tre dei loro sei figli, Yoav (11), Elav (4) e Hadas (3 mesi). Due terroristi palestinesi si sono introdotti nella loro casa a Itamar, insediamento ebraico in Cisgiordania, e li hanno pugnalati nel sonno. Sono stato oggi a Itamar e ho seguito i funerali. Ho raccolto alcune immagini che dicono più delle parole: i giocattolii dei bambini nel giardino, una folla sterminata davanti alle cinque bare.

Politica, Terrorismo
10 Marzo 2011

Parla Amidror, il nuovo Consigliere di Netanyahu

Netanyahu ha scelto il generale Yaakov Amidror come nuovo Presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ignorando le perplessità di settori  della sinistra che lo considerano un falco. Sostituirà Uzi Arad, che torna all’attività accademica, dopo che il ministro degli Esteri Lieberman si è opposto alla sua nomina ad ambasciatore in Gran Bretagna.

Amidror è stato il primo comandante arrivato dalle file del sionismo religioso.  Ha servito nell’esercito per 36 anni, ricoprendo gli incarichi di direttore dell’intelligence militare e comandante dell’Accademia militare. Il 9 febbraio scorso, quando la piazza Tahrir ancora non aveva dato la spallata finale a Mubarak, l’ho intervistato nella sede dell’Istituto Lander, di cui è vice presidente da quando è andato in pensione dall’Esercito.  Alla luce della nomina, le sue risposte aiutano a capire il punto di vista dell’establishment israeliano sulle sfide del prossimo futuro.

Lei teme che l’Egitto possa cambiare la sua collocazione internazionale?

Non abbiamo la sfera di cristallo.    Ciò che conosciamo è la situazione sul campo. L’opposizione ha caratteristiche singolari. Non ha un leader, si è organizzata attraverso internet, Facebook. La domanda aperta è cosa accadrà quando il popolo sarà chiamato a votare. Per raccogliere voti, è necessaria una organizzazione. E per ora c’è una sola forza organizzata, i Fratelli Musulmani. Hanno una lunga tradizione, 80 anni, profonde radici nella società e sono ramificati in tutto l’Egitto.  La loro forza l’hanno dimostrata nelle penultime elezioni, ottenendo 88 seggi contro i 36 delle altre forze dell’opposizione. Al momento, non sappiamo cosa accadrà al partito di governo, se si disintegrerà, se troverà un nuovo leader. In ogni caso, c’è  ragione di temere che in libere e democratiche elezioni i Fratelli Musulmani vincano. E’ già accaduto in passato.   Penso alla Rivoluzione francese: alla fine gli estremisti, non i liberali,  prevalsero. Penso alla rivoluzione in Russia: prima che i comunisti ne prendessero la testa era guidata da forse democratiche e liberali. Pensi all’Iran: il  premier, nel 1978, era un liberale e alla fine è tornato Khomeini e ha spazzato via tutti. E non facciamoci illusioni, Il linguaggio moderato usato oggi dei Fratelli Musulmani  fa parte del gioco. La loro ideologia è quella dell’estremismo islamico. Se in futuro saranno in grado di influenzare il  governo, condurranno l’Egitto in uno stato di frizione con Israele.

Se l’Egitto cadesse nelle mani dei Fratelli Musulmani, che nuovi problemi di sicurezza ci sarebbero per Israele?

Dipende dall’Egitto. Noi non abbiamo interesse a cambiare nulla. Stiamo a guardare, cerchiamo di impariarare e col tempo  valuteremo il da farsi. Reagiremo a seconda delle azioni che verranno dall’altra parte del confine. Sono certo che l’esercito egiziano comprende il pericolo di un cambio di politica e farà tutto il possibile per mantenere lo status quo. Ma Israele è di fronte ad un gigantesco punto interrogativo. La verità è che non possiamo prevedere che direzione prenderà l’Egitto.

Le nuove incognite hanno un impatto sul processo di pace?

Politica
7 Marzo 2011

Internet, Che Guevara del XXI secolo

Cari amici, posto la “Lettera da Gerusalemme” che ho scritto per il prossimo numero di Prima Comunicazione:

Gerusalemme. Si chiamano Facebook, Twitter, YouTube, i Che Guevara del XXI secolo, i nuovi Lenin che catalizzano il malcontento del nostri giorni, I Mao Tze Tung che fanno compiere in un battibaleno una lunga marcia ai popoli del mondo arabo. Internet, con i suoi “social network”, ha supplito alla palese mancanza di leader nelle piazze di Tunisi e Cairo. I video amatoriali realizzati con i telefonini hanno sconfitto la sofisticata macchina della censura di stato e messo in luce la repressione in Libia e Iran. Le nuove tecnologie, insomma, hanno dato forma alla protesta nel mondo islamico, trasformandola spesso in moto rivoluzionario, in valanga capace di seppellire bugie dal naso lunghissimo e con esse i regimi le avevano irradiate. “Da decenni, i leader arabi hanno eretto la corruzione a sistema e scaricato le responsabilita’ di tutti i mali su Israele”, dice a Prima Comunicazione Itamar Marcus, direttore del Palestinian Media Watch, nel suo ufficio di Gerusalemme, da dove monitora i media arabi . “A cambiare le carte in tavola e’ stato l’avvento di internet. All’improvviso, popoli tenuti all’oscuro di tutto, si sono aperti al mondo, hanno avuto conferma della corruzione dei propri leader e si sono ribellati”.

Sufian Belhaj è un tunisino di 28 anni, laurea in Scienze Politiche a Bruxelles, disoccupato. Avendo tempo a disposizione, ha cominciato a frequentare con assiduità Facebook e Twitter. Quando a novembre Wikileaks ha pubblicato i documenti del Dipartimento di Stato americano che denunciavano la quasi mafia del regime di Ben Ali e la cupidigia senza limiti della first lady, Leila Trabelsi, Belhaj ha fatto la cosa più semplice: li ha tradotti in arabo e pubblicati su Facebook con lo pseudonimo di Hamadi Kalaucha. Una settimana dopo, 170 mila utenti avevano cliccato “I like” sulla pagina. Le autorità tunisine ci hanno messo un mese a cancellare il gruppo Nel frattempo però i documenti compromettenti erano stati condivisi da centinaia di blogger. A nulla è valso l’arresto di Belhaj. Dopo pochi giorni, Bel Ali è stato costretto all’esilio.

Anche in Egitto un internauta è divenuto eroe della rivoluzione. Si tratta di Wael Ghonim, il responsabile marketing per il Medio Oriente di Google. Sotto le mentite spoglie di El Shaeed (Il martire) ha creato un gruppo in Facebook chiamato: “Siamo tutti Ali Khaled”.  Il riferimento è al nome di un blogger ucciso a bastonate la scorsa estate dalla polizia egiziana. Ghonim ha lanciato su internet una campagna contro le torture. All’apice della protesta, 300 mila persone erano iscritte alla sua pagina. Anche Ghonim ha conosciuto la galera, dieci giorni. Ne e’ uscito quando ancora Mubarak era in sella, sull’onda della pressione popolare di piazza Tahrir, che lo ha innalzato a simbolo.  Lui oggi rifiuta il titolo di leader della protesta democratica. “Ho solo scritto dei post – minimizza -. Alla fin fine, è la forza del popolo ad aver fatto vioncere la rivoluzione”.

Sarà ma senza la rete ben difficilmente l’onda di protesta si sarebbe propagata così in fretta. Tunisia ed Egitto hanno un indice di penetrazione d’internet del 20 per cento, ancora basso rispetto alla media occidentale ma rilevante. Oltre, e ancor più di Facebook, a far la differenza è stato il cellulare. Le immagini della repressione in Libia e a Bahrain, immortalate dai telefonini, hanno fatto il giro del mondo via Msm e YouTube, facendo sprofondare nel ridicolo i media ufficiali che hanno continuato a ignorare i moti di piazza.  Il ruolo dei nuovi media è stato anche quello di far scoprire alla gente che i propri problemi erano condivisi. “In passato, ognuno era portato a pensare che la sua frustrazione fosse un fatto individuale. – dice Itamar Marcus -. Ora, grazie ai social network, è possibile condividere le proprie pene con centinaia, migliaia di persone, scoprendo che non si è soli. Questo da fiducia. Tunisia ed Egitto sono stati l’inizio. Il processo va avanti”.

Uno che se ne intende come Alec Ross, assistente per l’innovazione del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, sintetizza: “Non c’e’ più bisogno di una sola figura rivoluzionaria per ispirare e organizzare le masse. Nell’era digitale, la leadership rivoluzionaria può essere distribuita, come è chiaramente accaduto in Tunisia ed Egitto”.

Politica, Terrorismo
12 Dicembre 2010

Flottiglia: Lettera aperta al presidente dell’Ordine

Al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino ( email: enzo.iacopino@odg.it )

Caro Presidente,

Con questa lettera aperta, intendo esprimerle la mia profonda indignazione per la decisione di ospitare nei locali dell’Ordine dei Giornalisti la conferenza stampa di Freedom Flottiglia II. I giornalisti italiani sono iscritti d’ufficio all’Ordine, che in quanto istituzione professionale non dovrebbe schierarsi su argomenti controversi.

Freedom Flottiglia II è sponsorizzata dall’IHH (Insani Yardim Vakfi), un controverso gruppo fondamentalista islamico turco. Le vele delle sue imbarcazioni non sono gonfie di  anelito umanitario. Prima dell’epilogo sanguinoso della precedente spedizione, infatti, Israele si era offerto di consegnare gli aiuti alla popolazione di Gaza, dopo ispezione. Il vero scopo di Freedom Flottiglia è legittimare Hamas, movimento integralista votato alla distruzione di Israele, armato dall’Iran, e nemico giurato del Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.

A causa della complessata’ della situazione, la sua iniziativa, anche se – ne sono certo –animata dalle migliori intenzioni, risulta oggettivamente partigiana. Al fine di dissipare il sospetto che l’Ordine dei Giornalisti si schieri con una sola delle parti del conflitto – per giunta la più radicale, la invito ad ospitare al più presto una seconda conferenza, dando voce a chi non l’ha avuta nella prima: tra gli altri, i residenti di Sderot, la cittadina da 8 anni sotto il fuoco islamico e i familiari di Gilad Shalit, il caporale ostaggio da oltre 1600 giorni di Hamas.

Cordialmente

Claudio Pagliara, Corrispondente Rai per il Medio Oriente

Politica, Terrorismo
9 Dicembre 2010

Ordine dei Giornalisti pro Hamas? Non in mio nome!

Ieri sera un colpo di mortaio esploso dalla Striscia di Gaza ha ferito un israeliano. Dopo l’offensiva “Piombo fuso” il fuoco  islamico si e’ diradato, ma nessuno si fa illusioni che cessi. Hamas ha come obbiettivo dichiarato la distruzione di Israele. E’ finanziato dall’Iran, alla cui guida c’e’ un signore che nega l’olocausto e arricchisce uranio.   Ad esserne spaventati sono in primo luogo i Paesi arabi. Non solo quelli moderati, Egitto e Giordania. Ma anche la culla dell’islam, l’Arabia Saudita che, come ha svelato Wikileaks, ha ripetutamente chiesto agli Stati Uniti di bombardare  Teheran. Hamas, inoltre, e’ in rotta di collisione con il Presidente dell’Autorita’ Palestinese, Mahmoud Abbas, punto di riferimento di Stati Uniti e Europa.

In una situazione cosi’ complessa, e’ oltraggioso che il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Jacopino, abbia deciso di sostenere quel potente strumento di propaganda pro Hamas che prende il nome di “Freedom Flottiglia”. Con il pretesto di “liberare Gaza” il movimento e’ in prima linea nel tentativo di  delegittimare Israele e rafforzare il regime islamico che tiene in ostaggio un milione e mezzo di palestinesi a Gaza.

Enzo Jacopino e’ libero di promuovere le peggiori cause,  ma a titolo personale, non nelle vesti di Presidente  dell’Ordine dei Giornalisti. Non in mio nome. Non nel nome di molti, spero, miei colleghi.

Per i dettagli delle iniziativa pro flottiglia  del Presidente  dell’Ordine  dei Giornalisti, clicca qui

Cultura, Politica, Religioni, Società
25 Ottobre 2010

Ultraortodossi, il fronte interno di Israele

Uno degli aspetti più controversi e meno conosciuti all’estero di Israele è il trattamento “a 5 stelle” che lo Stato riserva alla comunità ultraortodossa. I “charedim” (la ch ha un suono gutturale), questo il termine ebraico, hanno un sistema scolastico autonomo, quello delle yeshivot, scuole religiose, foraggiato dallo Stato, dove i ragazzi maschi studiano, a tempo pieno i testi sacri e poco altro.

Quando lo Stato di Israele fu fondato, solo una esigua minoranza della popolazione conduceva una vita ultraortodossa. Oggi, i charedim superano il 10 per cento, una percentuale in crescita vista la loro propensione alla procreazione (una famiglia media ha 7 figli). Laici, tradizionalisti, religiosi non charedim  lamentano la tendenza degli ultraortodossi ad auto escludersi  dal mondo del lavoro e dal servizio militare, per didecare tutta la loro vita agli studi religiosi, trasformandosi così in un fardello per la società.

Il conflitto, un vero e proprio fronte interno, è tornato  alla ribalta la settimana scorsa, quando i leader politici degli ultraortodossi, che sostengono il governo Netanyahu, hanno minacciato di non votoare la legge finanziaria se non si troverà un modo per aggirare la sentenza della Corte suprema che nel 2000 ha dichiarato illegittime le borse di studio (centinaia di milioni di dollari) date agli studenti delle yeshivot perché violano il principio dell’eguaglianza.

A infiammare il dibattito, giunge oggi lo sfogo senza precedenti di uno studente di una yeshiva a Ynet. “Lo Stato ci finanzia, perché dovremo lavorare?”, si chiede facendo appello al governo affinché non ceda al ricatto dei partiti religiosi.  Un monologo affascinante, che apre un raro  squarcio in un modo ermetico. Ne raccomando la lettura a chi è interessato a conoscere anche aspetti meno noti di Israele, al di là a quello mediatizzato del conflitto con il mondo arabo.  Per leggere l’articolo, clicca qui

Politica, Terrorismo
24 Ottobre 2010

Goldstone and WikiLeaks

Alla fine gennaio 2009, quando potetti finalmente entrare nella Striscia di Gaza, che per il mese precedente, quello dell’offensiva Piombo Fuso, era stata  interdetta alla stampa estera (provvedimento censurabile  e controproducente, deciso – mi è stato  – dal premier Olmert  contro il parere dei vertici militari) realizzai almeno due scoop. Il primo: intervistai  una giovane ragazza che per tre settimane aveva implorato i militanti di Hamas di non usare il grattacielo dove abitava con decine di altre famiglie come base per lanciare razzi contro Israele, ricevendo come tutta risposta l’invito ad immolarsi per la causa. Il secondo: scoprii che il missile  israeliano che aveva fatto vittime in una delle scuole dell’Unrwa era esploso fuori il recinto, e non dentro come riportato dalle fonti locali.  

Poi è arrivato il rapporto Goldsone, che ha messo sullo stesso piano Hamas e Israele. Confesso che, da testimone dei fatti, ne rimasi sconcertato. Come è possibile un simile parallelo? Vero, l’offensiva Piombo Fuso ha causato  almeno 1200 vittime palestinesi. Vero , la maggioranza di esse sono civili. Eppure, la condotta di Hamas e di Israele non possono essere giudicate con lo stesso metro: da una parte c’è una organizzazione

Antisemitismo, Cultura, Politica
19 Ottobre 2010

Picasso, Klimt, Chagall in cerca di proprietario

Da oggi,  la battaglia per restituire ai legittimi eredi le opere d’arte saccheggiate dai nazisti agli ebrei in Europa si avvale di un nuovo strumento, un sito internet, www.errproject.org . E’ stato creato dal Jewish Material Claims against Germany, meglio conosciuto come Claims Conference, e dal Museo dell’Olocausto di New York. Contiene il catalogo illustrato delle 20 mila opere rubate dai nazisti durante l’occupazione della Francia e del Belgio, inclusi dipinti di Picasso, Klimt e Chagall. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la maggior parte di queste opere non è ancora stata restituita.

Il catalogo on line è stato ricostruito sulla base delle schede di registrazione e del materiale fotografico rinvenuto negli archivi dell’ Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR), la task force creata da  Hitler per depredare i Paesi occupati dalle truppe naziste nella Seconda guerra mondiale.

Politica
16 Ottobre 2010

Un virus “biblico” paralizza l’Iran

Da Prima Comunicazione (Lettera da Gerusalemme):

Gerusalemme. Si chiama Stuxnet, è un virus informatico instabile, che muta, si nasconde, sfugge ai detective elettronici, vero e proprio AIDS digitale, nemico giurato dei sistemi di gestione Siemens di turbine e centrifughe. Come quello che governa la contrale nucleare iraniana di Bushehr. Da quando le autorità di Teheran hanno annunciato il rinvio, da ottobre a gennaio, dell’accensione del reattore, è nato il sospetto che Stuxnet sia stato creato proprio per sabotare  il controverso programma nucleare degli ayatollah.

Una cosa è certa: il virus non è opera di  hackers “fai da te”.  Gli esperti che lo hanno decodificato, dicono che nulla di simile era mai apparso prima di ora. La sua architettura, lo rende invisibile ai più sofisticati programmi antivirus.. Sviluppare un simile programma maligno, ha richiesto risorse in termini di uomini e mezzi  che solo uno Stato può mobilitare. Ne sono convinte anche le autorità iraniane.  Un alto dirigente del ministro dell’informazione , Hamid Alipour, ha sostenuto che il virus “è stato inviato dal nemico per bloccare il programma nucleare”, anche se ha, al tempo stesso, assicurato che la situazione è sotto controllo.

I sospetti, non poteva essere altrimenti, si sono subito indirizzati su Israele. Non è un mistero che il Mossad, il potente servizio segreto dello stato ebraico, negli ultimi anni, ha cercato in tutti i mezzi di mettere i bastoni tra le ruote della macchina nucleare iraniana.  Una lunga serie di misteriosi incidenti sono accaduti negli impianti nucleari di Teheran: esplosioni,  malfunzionamenti, morte e sparizione di tecnici e ingegneri. E ora, buon ultimo, il virus Stuxnet.

Un indizio che porta ad Israele  c’è. Stuxnet  contiene un riferimento biblico. Una sorta di omaggio in codice alla figura

Politica, Terrorismo
14 Ottobre 2010

Libano, il bacio del serpente

Mettiamola così, cari amici. Vostro padre viene assassinato, un tribunale individua i killer, e voi, figli ingrati, cosa fate? Date il benvenuto a chi quei criminali ha armato e finanziato. Non è una boutade , non è un paradosso. E’ ciò che è accaduto ieri sera, al gran ricevimento del nuovo padrone di casa del Libano, il presidente iraniano Ahmedinajad. A rendergli gli onori dovuti c’era anche il primo ministro Saad Hariri. Chissà se almeno lo ha sfiorato il rimorso di coscienza quando ha stretto una mano che gronda di sangue paterno.

Rafik Hariri, il padre di Saad, ex premier libanese, fu ucciso il giorno di San Valentino del 2005, in un attentato terroristico spaventoso. Al termine di complesse indagini, il  tribunale ad hoc istituito dall’Onu e’ ora sul punto di incriminare alcuni alti dirigenti Hezbollah per complicita’ nell’attentato.  L’indiscrezione  non ha indotto, come ci si potrebbe aspettare, Saad Hariri, che  di un leader non ha neppure una vaga somiglianza, ad assumere nei confronti di Hetzbollah un atteggiamento meno accomodante. Al contrario. Non ha mancato di partecipare, con tutta la nomenklatura,  alla festa in orone dell’illustre ospite iraniano, che degli assassini paterni, gli Hetzbollah, e’ il piu’ grande sponsor.

Una figura tragica quella di Saad Hariri. La stretta di mano con Ahmedinajad rassomiglia al bacio del serpente. “Qui mi sento a casa”, ha detto il presidente iraniano a Beirut, davanti alla folla sciita , tra palloncini e petali di fiori. Saad Hariri può cominciare a fare le valigie, la casa libanese ieri ha cambiato proprietario e lo sfratto è solo questione di tempo.