16 Dicembre

La lunga marcia dell’altra metà del cielo

La lunga marcia dell’altra metà del cielo

Nello Speciale Tg1 del 26/11/2017 dedicato alla violenza contro le donne, un mio reportage sulla situazione in Cina. Segue il testo integrale:

Il Palazzo d’estate ci riporta ai fasti della dinastia Qing. Fu restaurato dall’imperatrice vedova Ci Xi. Fu questa donna dai nervi d’acciaio, una donna straordinaria che  nel 1902 emise  l’editto che aboliva la fasciatura dei piedi delle bambine. Incominciava la lunga marcia dell’altra metà del cielo verso la parità, una lunga marcia che è ancora  lungi dal suo traguardo .

Dipinti di epoca imperiale sono l’unica testimonianza nella Cina di oggi di una pratica millenaria inflitta alle donne per inseguire  un sadico ideale maschile di bellezza femminile.  La fasciatura dei piedi imposta sia dalla più tenera età provocava per tutta la vita dolori atroci e difficoltà a camminare.  Nonostante l’editto dell’imperatrice, questa barbara usanza era ancora diffusa quando, nel 1949,  nacque la nuova Cina.

Mao, che chiamò le donne l’altra metà del cielo, mise fuori legge la fasciatura dei piedi, ma in campagna questa pratica sopravvisse per decenni, prima di scomparire del tutto.

La Repubblica popolare proclamò a parole  la parità dei sessi. Si disse che uomini e donne dovevano contribuire in ugual  modo all’edificazione della nuova società socialista. Nei fatti però l’uguaglianza di tradusse nell’appiattimento, le donne dovettero rinunciare alla loro femminilità. La divisa unica fu la manifestazione esteriore di questa politica.

Solo alla fine degli anni Ottanta, con l’apertura della Cina al resto del mondo,  le donne cominciarono a far sentire la loro voce.

Wang Xingjuan, fondatrice telefono rosa “Red Maple” 

Nel 1988, 29 anni fa, ho fondato la prima organizzazione non governativa femminile cinese. Ero appena andata in pensione e avevo tempo e voglia  di aiutare le donne in difficoltà. Ho riunito a casa donne che all’epoca avevano un ruolo nella società. Ci siamo chieste cosa potessimo fare. La  cosa migliore ci è sembrata quella di mettere a disposizione  un numero telefonico. Non c’era bisogno d’altro che di una stanza e alcuni volontari. Tutte le donne, non solo da Pechino, ma anche dal resto del Paese avrebbero potuto chiamarci e noi avremmo potuto aiutarle a trovare una soluzione ai loro problemi.

Da allora, Il telefono rosa cinese non ha mai smesso di squillare. Anche ora. Una delle donne che se ne è avvalsa è  Ding Shu Tong. La incontro nella  scuola di musica, che frequenta da pochi mesi.  Prende lezioni di piano, è una principiante assoluta. Esprime anche così la sua voglia di ricominciare, dopo aver tanto lottato, per divorziare da un marito violento, che la picchiava.

Ding Shu Tong

Sia per me che per il mio ex marito era il secondo matrimonio. Lui è originario di un villaggio. Io sono di Pechino. Quando ci siamo sposati avevamo entrambi 39 anni. Sono stata molto fortunata, dopo soli due mesi ero incinta. Durante la gravidanza però, lui ha cominciato a uscire  tutte le sere. La cosa non mi piaceva affatto. Quando gli ho chiesto perche non stava mai a casa lui ha reagito picchiandomi. Uno choc. Come poteva fare una cosa del genere ad una donna incinta, e per di più in età avanzata?

Il  divorzio è immediatamente sembrato alla signora Ding una strada obbligata.  Restava da capire come ottenerlo

Ding Shu Tong

 “Ho chiamato il telefono rosa. Mi ha risposto una giovane consulente. Ha ascoltato la mia storia. Mi ha detto: lei ha le idee chiare, Il divorzio nel suo caso è la scelta migliore. Ma penso che suo marito non sarà d’accordo. Si prepari ad una lunga battaglia.

E’ una lunga battaglia è stata. Due anni, da 2012 al 2014. La legge contro la violenza domestica è stata varata solo l’anno dopo, nel 2015. In precedenza, senza un valido scudo giuridico, le donne cinesi hanno dovuto subire in silenzio. O indossare i panni di Don Chisciotte e combattere contro  i mulini a vento di un sistema maschilista.

La prima volta che ho chiamato la polizia, gli agenti dissero: “non possiamo fare nulla”.  Chiesi perché. “Non ci sono segni di percosse”. Mio  marito aveva ammesso la violenza. Ma la polizia insistette:  “Cercate di andar d’accordo;  aspettate che nasca il bambino”. Si rifiutarono persino  di accettare la mia denuncia.  

La volta successiva,  il marito l’ha colpita ad un occhio. La donne si è fatta ricoverare. E col referto medico è riuscita ad ottenere dal tribunale il divorzio e una cifra simbolica – l’equivalente di 1500 euro – per i danni. Ora è la mamma felice  di un bimbo di ha 5 anni, prende lezioni di piano, va in palestra: un inno alla vita.

Secondo studi condotti da diversi istituti, circa una donne su quattro subisce violenza dentro le mura domestiche. Il fenomeno è molto più grava in campagna che in città.

Ding Juan, direttrice telefono rosa “Red Maple”

Nel 2004, ho condotto una ricerca  nel Nord Ovest  della Cina, dove l’economia è ancora relativamente poco sviluppata. Molti capi villaggio mi dicevano. “C’è una sola donna qui che non è picchiata dal marito? E non si trattava di uno scherzo.

Le radici da estirpare sono   profonde. Secondo Confucio, la donna  è  sottomossa alla  tripla autorità del padre, del fratello e del marito. Uno del caratteri che in cinese significa donna, fu,  è la stilizzazione di una donna con la ramazza.

Ding Juan direttrice telefono rosa “Red Maple” (

In collaborazione  con i social  media, promuoviamo  campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Anche le istituzioni governative organizzano attività che hanno lo stesso obiettivo. Lottare contro la violenza domestica richiede l’impegno di tutti.  

La lunga marcia dell’altra metà del cielo  però deve restare dentro confini tracciati. In  Cina non sono ammesse proteste contro l’ordine costituito.

Vogliamo essere belle senza essere disturbate, cantano in coro,  queste cinque ragazze, mentre distribuiscono  su un autobus di Pechino  volantini contro   le moleste sessuali.  Il video  risale alla vigilia del l’8 marzo del 2015.  Le cinque giovani femministe  volevano ripetere la manifestazione  anche l’indomani. sono state arrestate nel cuore della notte.

Nonostante il pesante  fardello della tradizione, nella Cina del miracolo economico, le donne si sono affermate in ogni campo,  tranne la politica. Una recente classifica delle 15 donne più ricche del mondo, vede ai primi tre posti imprenditrici cinesi. E  dietro  molte stratup di successo  – compresa quella che ha riportato i cinesi in bicicletta – c’è proprio l’alta metà del cielo.

La lunga marcia dell’altra metà del cielo su Youtube

8 Dicembre

Trump su Gerusalemme ha ragione: è la capitale d’Israele

Trump su Gerusalemme ha ragione.

Apriti cielo! La dichiarazione con cui Donald Trump ha riconosciuto che Gerusalemme è la capitale d’Israele è stata accolta da un coro di critiche. Non è piaciuta, ovvio, ai palestinesi, non è piaciuta, altrettanto ovviamente,  ai Paesi arabi. Ma non è piaciuta neppure agli alleati occidentali di Israele e allo stesso establishment diplomatico americano: l’assenza del segretario di Stato americano Tillerson dalla stanza della Casa Bianca da dove  Trump ha letto sul teleprompter gli 11 minuti di discorso suona come una netta presa di distanza.

Eppure,  Trump su Gerusalemme ha ragione e tutti gli altri torto. Gerusalemme è la capitale d’Israele da 70 anni. Dalla fondazione dello Stato, ospita la sede del governo, del Parlamento, della Corte suprema, ovvero i tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che costituiscono i pilastri di una democrazia. Il Congresso americano, con un voto bipartisan,  ha approvato nel lontano 23 ottobre del 1995 il Jerusalem Embassy Act, una legge che dispone lo spostamento dell’ambasciata statunitense dal lungomare di Tel Aviv alle colline di Gerusalemme ovest. Il rinvio dell’attuazione di questa decisione non ha dato – come ora si vuol far credere – più frecce all’arco della diplomazia americana. Lo dimostra il fallimento del più serio tentativo di forgiare un accordo di pace, quello compiuto da Bill Clinton. E chi avesse dubbi sulle responsabilità di Arafat nel naufragio del processo di pace di Camp David, si rilegga  le memorie dell’ex presidente americano che ne fu l’artefice.

E’ patetico lo sforzo di molti commentatori di dimostrare che la mossa di Trump comprometterebbe il processo di pace. Ma scherziamo? Chi lo scrive non ha il senso del ridicolo? Processo di pace! Chi ne ha visto un barlume batta un colpo. Non c’è processo di pace alcuno, e non ci sarà ancora per molto tempo, fino a quando le leadership dei due popoli  non mostreranno una onesta determinazione di volerlo perseguire.

Detto ciò, l’annuncio di Trump  va messo nella dovuta prospettiva. Riconoscendo Gerusalemme quale capitale d’Israele, il capo della Casa Bianca  non ne ha demarcato i confini. Ha ribadito, al contrario,  quella che è la tradizionale linea della diplomazia americana:  spetta a israeliani e palestinesi stabilire col negoziato i confini reciproci e risolvere le dispute territoriali, Gerusalemme inclusa. Per questo,  sarebbe auspicabile che le forti e contrastanti emozioni legittimamente suscitate  dalle parole del Presidente americano –  gioia in Israele e rabbia nei Territori palestinesi – si spegnessero e lasciassero il posto valutazioni  più ponderate.

Chi,  da una parte e dall’altra, con rammarico o soddisfazione, ritene che  Trump abbia messo di fatto la pietra tombale sull’unica soluzione del conflitto possibile, quella basata sulla formula “due Stati per due popoli”,  potrebbe presto o tardi dover fare   i conti con  il suo  volto del capo dellas Casa Bianca, quello dell’uomo d’affari, per il quale tutto è negoziabile e un compromesso è sempre possibile, basta pagare il giusto prezzo. La formula “uno stato” – verso la quale  paradossalmente ma non troppo convergono gli opposti estremismi – è palesemente una non soluzione. perpetuerebbe esacerbandolo il conflitto attuale. A mantenere viva la speranza, una costatazione. Anche in questi anni di stallo, la cooperazione sul terreno della sicurezza tra l’esercito israeliano e le forze di polizia dell’Autorità palestinese, che   non si è interrotta se non per brevi periodi, ha evitato, nell’interesse reciproco,  il dilagare della violenza.  Da questa realtà,  si dovrà  prima o poi ripartire. Leader coraggiosi cercasi.

Per vedere il mio documentario su Gerusalemme, clicca qui

 

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