Claudio Pagliara, giornalista RAI

Itaca, il blog del giornalista Claudio Pagliara, corrispondente RAI per gli Stati Uniti.


Cultura, Stati Uniti
4 Giugno

Secondo Spike Lee, il virus e le discriminazioni razziali

Secondo Spike Lee – di Claudio Pagliara

Secondo Spike Lee – di Claudio PagliaraIl suo cortometraggio pubblicato su Instagram è un’ode alla città messa in ginocchio, una lettera d’amore per New York congelata dalla pandemia. A Tv7 Spike Lee parla del ‘suo lockdown’ e di quello dei newyorkesi: “non voglio che l’America torni quella che era – dice – la pandemia ha portato alla luce un grande solco, la disparità tra chi ha e chi non ha. Ricchezza, assistenza sanitaria, educazione. E’ arrivato il momento di accorciare le distanze”.

Pubblicato da Tvsette su Sabato 30 maggio 2020

Lo so, sono di parte. Gli italiani dicono che Roma è la città più bella del mondo. Di certo lo direbbe Fellini. Ma io penso che New York sia la città più bella del mondo. Non è mancanza di rispetto. E poi amo Roma.  Ci sono stato molte volte. Ho tanti ricordi. Ma qual è l’anima di New York?  La sua gente. La diversità. Sarò onesto. New York non è un posto facile dove vivere. Otto milioni e mezzo di persone che vivono una sull’altra. Ci vuole un certo tempo e una certa tenacia per adattarcisi. La verità è che New York non è una città per tutti.

 Una lettera d’amore alla città dove ha scelto di vivere, lui che è nato ad Atlanta, in Georgia.  Un cortometraggio di tre minuti e mezzo che coglie la città che non dorme mai nel momento del suo lungo sonno.  Un viaggio attraverso i 5 boroughs, i distretti che compongo un caleidoscopio sociale, etnico, religioso unico al mondo. New York New York, il titolo. Una colonna sonora celebre, con l’inconfondibile voce di Frank Sinatra.

New York New York è un inno. È un viaggio in tutta la città di New York, ma una New York vuota, una New York spoglia. E alla fine, quando la voce di Frank Sinatra in un crescendo si fa più forte, mostro le persone che lavorano in prima linea, coloro che hanno risposto all’emergenza. Molti mi hanno detto che hanno pianto. Per me è una scena agrodolce. Volevo dare il mio contributo. Ed è quello che ho fatto.

 Spike Lee, 63 anni, età a rischio in tempi di covid, è segregato nella sua casa newyorkese da metà marzo, da quando la città ha chiuso i battenti. Il mondo esterno lo osserva solo dal sellino della sua bici, che pedala per qualche chilometro ogni mattina.

Molte persone abbienti hanno abbandonato New York. Perché lei è voluto restare qui?

 La mia famiglia voleva restare qui. Mia moglie Tonya, i miei due figli. Abbiamo una casa al mare. Forse ci andremo quest’estate. Ma non avrei voluto stare da nessuna altra parte che qui, l’epicentro, in questi giorni luttuosi.

A New York, il 40 per cento di neri e ispanici contro il 20 per cento di bianchi ha contratto il virus. Una sproporzione simile si riscontra in altre città americane. Spike Lee , che nel suo ultimo film “Da 5 Bloods”, rivisita la guerra in Vietnam con gli occhi di cinque reduci neri, punta l’indice sul tema, a lui caro, delle diseguaglianze sociali legate al colore della pelle.

New York tornerà quella che era?

Non voglio che New York turni quella che era. Non voglio che l’America torni quella che era.  La pandemia ha portato alla luce del sole un grande solco, la disparità  tra chi ha e chi non ha. Ricchezza, assistenza sanitaria, educazione: sono queste le cause che hanno contribuito a gettare nella rovina prevalentemente la  popolazione  nera e ispanica. Dobbiamo accorciare le distanze tra chi ha e chi non ha. Sono questi ultimi che hanno tirato la carretta. La gente in prima linea, che ha permesso alla parte più fortunata della società di stare a casa, di non andare a lavorare. Chi non ha, è dovuto andare a lavorare. E così ha messo a repentaglio la sua vita. 

Stati Uniti
17 Maggio

New York in confinamento

Link al Tv7 del 15/04/2020

Il Vessel, ad Hundson Yard, il simbolo di una  New York che guardava con ottimismo al futuro. Oggi la struttura color rame campeggia surreale su una piazza deserta.

Il virus ha costretto ad un lungo sonno la città che non dorme mai. Da metà marzo, negozi, ristoranti, teatri hanno chiuso i battenti.

Persino la metropolitana per la prima volta nella storia si è fermata.  Niente corse tra l’una alle 5 di notte. I  vagoni si erano trasformati  in dormitori per gli homeless.

Una delle espressioni   di New York in confinamento è la sofferenza. La pandemia ha causato più vittime che in qualunque altra città del mondo, già ventimila. E ha bruciato centinaia di migliaia di posti di

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