Archivio 'Politica'

Politica, Terrorismo
1 Ottobre 2010

Arafat, 10 anni dopo

Funerali Arafat

La notizia è passata inosservata, i media italiani non ne hanno parlato, ma a mio avviso è di grande importanza. E’ emerso nei giorni scorsi che Arafat, dopo Camp David,  chiese ad Hamas di compiere attentati terroristici. La fonte è credibile. A svelarlo infatti è Mohammed Zahar, l’uomo forte di Hamas a Gaza. Parlando agli studenti dell’Università islamica di Gaza City,  Zahar ha detto che “il Presidente Arafat istruì Hamas di portare a termine un certo numero di operazioni nel cuore dello stato ebraico dopo aver compreso che i negoziati con Israele erano falliti”. 

Operazioni militari, ovvero tradotto dal linguaggio del fondamentalismo islamico attentati terroristici. Finora, si riteneva che gli attentati riconducibili ad Arafat fossero solo quelli compiuti dal braccio militare di Fatah, le Brigate Al Aqsa. Ora invece si scopre che il rais porta la responsabilità morale e politica dell’intera Intifada dei kamikaze. 

Un dettaglio che dovrebbe aprire gli occhi a chi, come gran parte dell’Europa, criticò la decisione israeliana di confinare Arafat nella sua “Mukata”, durante gli ultimi tragici anni della sua vita. Arafat non si limitò a rifiutare l’offerta del premier israeliano  Barak. Orchestrò  contro Israele una vasta campagna di terrore. E per questo scopo chiese  il sostegno  degli integralisti islamici, nemici ieri come oggi, del priocesso di pace. La spiegazione non può che essere una. Contrariamente alle dichiarazioni pubbliche,  Arafat  condivideva l’obiettivo di fondo di Hamas, la distruzione dello stato ebraico.

Politica, Terrorismo
29 Agosto 2010

Shimon Peres, intervista al Tg1

A 4 giorni dal vertice di Washington tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente palestiense Mahmoud Abbas, il Presidente dello Stato di Israele Shimon Peres esprime ottimismo in una intervista esclusiva che mi ha rilasciato oggi per il Tg1. Per vedere il servizio sul Tg1 delle 20, clicca qui

Di seguito il testo integrale dell’intervista (in inglese)

Claudio Pagliara: Mr. President, Prime Minister Netanyahu and Palestinian President ,Mahmud Abbas agreed to resume direct negotiations. But on both sided skepticism seems to prevail. Do you believe that it is possible to reach a peace agreement in one year?

Shimon Peres: I think that it can be reached even earlier because the subjects are known, they are not new, and also because the alternative is known. The alternative is so worrying to all sides that I think they must got a feeling “this time we have to succeed”.

CP: Do you believe that you will see peace in your lifetime?

SP: Hundred per cent

CP: Do you think that Israel should keep on freezing settlements, a key demand of the

Antisemitismo, Politica, Religioni
27 Agosto 2010

La Via Dolorosa

Sabato scorso sono andato a zonzo nella Citta’ Vecchia. Volevo raccogliere per il Tg1 le reazioni dei bottegai alla ripresa dei negoziati diretti israelo – palestinesi. A meta’ della Via Dolorosa  sono entrato in un negozio di spezie. Sul lungo banco, ben ordinati, mucchi di spezie dai colori forti e dagli odori intensi. Chiedo a Tarik Ben Shehab, il proprietario, la tunica da musulmano osservante, come vede Gerusalemme in caso di accordo. La risposta mi spiazza: “Non ci sara’ pace a Gerusalemme – dice con un ghigno -, finché ci saranno ebrei nel mondo”. E per assicurarsi che il messaggio sia stato compreso, aggiunge: “E lo dica, alla tv, se non ci sara’ pace a Gerusalemme, non ci sara’ pace neppure in Europa”. Detto cio’,  si infila nel retrobottega e ne emerge con un libretto in inglese di 80 pagine intitolato “The Truth is…”. Me lo regala invitandomi a leggerlo con attenzione. Mi congedo frettolosamente. Il profumo delle spezie, e la volgarità delle affermazioni, mi causano ora un senso di oppressione. Il libricino e’una sorta di Bignami di idiozie sul Cristianesimo. Contiene affermazioni del tipo: ” Dio non e’ una torta, non si puo’ dividere in tre”. La vera religione, naturalmente e’ quella islamica. L’ultima pagina contiene il numero di cellulare del mio interlocutore. Con un invito a comporlo rivolto a chi si e’ lasciato convincere  ad abbracciare la Verita’, l’Islam. Conversione a tempi record assicurata!

Cultura, Politica
5 Agosto 2010

Costello-Krall, la strana coppia

Diana Krall non poteva scegliere momento piu’ complicato  per compiere l'”impossibile” viaggio Libano – Israele. E invece, mentre alla frontiera c’era ancora il fumo della battaglia tra soldati israeliani e libanesi, la cantante e pianista jazz canadese ieri sera si e’ esibita a pochi chilometri da Tel Aviv, nell’Anfiteatro di Ra’anana, dopo aver tenuto un concerto, la sera precedente, a Beirut.

Una scelta, quella di Diana Krall, di confermare il concerto israeliano,  in antitesi con quella compiuta pochi mesi fa dal marito, il grande Elvis Costello, che aderendo  alla campagna di boicottaggio anti israeliano fomentata dai circoli islamici  a maggio ha annullato annullando a maggio due concerti in programma per questa estate a Tel Aviv.

Con un pizzico di ironica fantasia, si possono immaginare  i discorsi a cena della “strana coppia”. “Mia cara Diana, dovresti riconsiderare la tua scelta di cantare in Israele. Sai, c’e’ chi pensa che sia uno stato che pratica l’apartheid…”. E lei, sbuffando: “Amore, ancora con questa storia! E’ solo un concerto. E poi, a causa tua, dovrò nascondermi da paparazzi e giornalisti, curiosi di sapere perche’ io si’ e tu no, in Israele…”.

Una cosa e’ certa. Elvis Costello ha mostrato di avere meno attributi della consorte. Pochi giorni prima di annullare i concerti, aveva dichiarato al Jerusalem Post di non credere nello strumento del boicottaggio. Chissà chi o cosa gli ha fatto cambiare repentinamente idea.

Diana Krall in ogni modo ieri sera e’ stata fantastica. Cliccate qui per ascoltare uno dei suoi pezzi piu’ belli.

Politica
11 Giugno 2010

E l’Iran ha perso lo scudo

Le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu  non avranno i denti paralizzanti  auspicati dal premier israeliano Netanyahu, ma infliggono un colpo mortale ad una delle ambizioni strategicamente più  importanti accarezzate dall’Iran: acquisire il sistema anti aereo S-300, di fabbricazione russa.

Smentendo un portavoce del ministero degli Esteri, che ieri aveva sostenuto che lo “scudo” non rientrava tra le armi pesanti la cui vendita è vietata dalla risoluzione Onu, il Cremlino ha chiarito oggi che la vendita all’Iran del sistema anti aereo, considerato uno dei più avanzati del mondo,  cade sotto la scure delle nuove sanzioni.

Un colpo di grande portata. Il sistema anti aereo S-300 è il solo in grado di mettere in seria difficoltà l’aviazione militare israeliana. Senza lo scudo russo, il regime iraniano non può escludere un raid alle sue istallazioni atomiche.  Ed è un bene, vista la pervicacia con cui continua a sfidare il mondo. L’ultimo proclama del presidente Ahmedinajad è di stamani: “L’entità ebraica è destinata a sparire”. Ormai, un ritornello. Ma la sua politica ha portato l’Iran all’isolamento. E Ahmedinajad potrebbe presto diventare un personaggio scomodo anche a Teheran.

Politica
8 Giugno 2010

Coltello “sparito” dalle foto della Reuters

Errare umanum est … perseverare “Reuters”. Ci ricasca l’agenzia britannica nel vizietto di truccare le foto , quando di mezzo c’è Israele.  Il quotidiano turco Hurryiet, che non può essere sospettato di sionismo strisciante, pubblica foto scattate dai passeggeri della Marmara e sfuggite alla censura israeliana.  Mostrano i soldati sopraffatti dal gruppo dei “puri e duri” imbarcatisi nell’impresa “pacifista”. In due casi,  bradiscono un coltello.
Miracolosamente, si fa per dire, i coltelli sono spariti nelle foto rilanciate sui circuiti internazionali dalla Reuters. Osservate in basso a destra.

Originale

Reuters

Originale

Reuters

Recidiva la Reuters. Nel 2006, durnate l’offensiva israliana nel sud del Libano, l’agenzia britannica ritoccò la foto del cielo di Beirut per renderla più drammatica. E anti israeliana. Che vergogna!
Per chi conosce l’ebraico, ecco il link al servizio andato in onda ieri su Channel 10 israeliano
Politica
6 Giugno 2010

Flottiglie, guerra nei media

I “pacifisti” italiani della Flottiglia “Free Gaza” non hanno mancato di dire idiozie al loro rientro in patria. La più grossa, quella dei cadaveri buttati a mare, falsità grossolana prontamente rilanciata da tutti i media, per poi finire, come tutte le “pinocchiate”  nel dimenticatoio.

Il web si è confermato l’arena privilegiata dove i due campi, pro “pacifisti” e pro israeliani se le sono date di santa ragione. Almeno sulla rete, il secondo campo ha prevalso. Il video che mostra i “pacifisti” della Marmara armati di bastoni ha battuto, con quasi un milione di contatti, l’altro video, il risultato della battaglia, lo spargineto di sangue.

Un buon colpo l’ha messo a segno MEMBRI, che ha trovato nei suoi archivi l’infuocato discorso con cui  Bulient Yildirim, organizzatore della “Flottiglia della pace”, lo scorso anno, a Gaza, glorificava  il martirio (per questo video, clicca qui).

Messo sotto accusa per la lentezza nello spiegare l’accaduto, il ministero dell’Informazione israeliano è incappato però in un errore. Ha inviato ai giornalisti accreditati il link al video We con the world, una parodia del celebre “We are the world”, che sberleffa i pacifisti. Divertente, ma non utilizzabile come arma ufficiale del governo. Dopo tre ore, gli stessi giornalisti hanno ricevuto una mail di contrite scuse: “Il video non rappresneta la posizione ufficiale del governo”.

Cultura, Politica
13 Maggio 2010

Cronache da una Gerusalemme sempre più divisa

  La prima preoccupazione, il traffico. Sono le 17 e devo rientrare a casa dall’ufficio. Come aggirare il centro assediato? La strada principale è sbarrata dalla polizia. Un lungo incolonnamento mi aspetta sull’unica via di fuga. Impiego mezz’ora per arrivare al semaforo, la fonte del  problema. Nessuno ha pensato che vista la deviazione obbligatoria,  l’incrocio avrebbe dovuto essere presidiato dai vigili urbani. 

Raggiungo casa, mi libero dell’auto,  e a piedi vado a curiosare nella città vecchia. E’ il Jerusalem Day, il Giorno di Gerusalemme, ovvero il 43 esimo anniversario della “riunificazione” della città santa.  La scorsa settimana ho sfogliano una raccolta di immagini di epoca.  Risalivano agli anni immediatamente successivi al 1967. Le foto immortalavano l’emozione di uomini e donne, vecchi e giovani, laici e religiosi al cospetto del Muro del Pianto. Era il coronamento di un lungo sogno. Per 16 anni, le truppe giordane che controllavano la parte orientale della città, avevano impedito agli ebrei di recarsi nel luogo a loro più santo.

Cosa resta oggi di quella corale partecipazione?  Ben poco. La parata attorno alla città vecchia è monopolizzata da ebrei appartenenti alla componente del sionismo religioso. Indossano la kippa fatta all’uncinetto. Il Muro del Pianto è preso d’assalto dagli ultraortodossi. Dove sono i laici? Probabilmente, sono ancora  imbottigliati, come lo ero io fino a poco O se ne sono rimasti rintanati a casa, perché vedono ben poche ragioni di festeggiare.

Gerusalemme 43 anni dopo è la città più povera e negletta di Israele.   Sta diventando sempre più religiosa. Solo il 20 per cento della sua popolazione ebrea si definisce laica. Su 191 mila studenti iscritti nelle scuole della città, ben 130 mila  frequentano scuole ultraortodosse  o arabe. Ciò significa che la grande maggioranza degli studenti segue un curriculum scolastico anti sionista.

La sera decido di vedere cosa succede dall’altra parte, quella est . Costeggio le mura, cinte d’assedio da un lungo serpente di autobus. Dalle stradine della città vecchia l’eco della festa  Mi lascio alle spalle la Porta di Damasco ed entro al Border Line, noto locale  di Gerusalemme est. Mi siedo ad un tavolo, in giardino. L’aria, come sempre di sera, è pungente. Le casse diffondono  musica araba, attorno a me giovani che fumano il narghilè. I pensieri corrono  alla retorica della giornata, contenuta nei discorsi ufficiali, a quella parola pronunciata come un mantra, riunificazione. Basta fare i cronisti per rendersi conto di quanto sia vuota.

News, Politica
8 Maggio 2010

Gli scheletri nell’armadio del fustigatore Goldstone

Richard Goldstone e’ stato giudice della corte d’appello del Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Questo elemento della sua biografia avrebbe dovuto consigliare cautela alle Nazioni Unite che lo hanno nominato capo della commissione d’inchiesta sull’operazione Piombo fuso a Gaza. E avrebbe dovuto suscitare la curiosita’ delle autorita’  israeliane dal momento che nel suo rapporto Goldstone accusa l’Idf, le Forze armate israeliane, di crimini di guerra. E’ stata invece un’inchiesta giornalistica – onore alla professione – ad aver gettato luce sul passato assai poco limpido di questo paladino dei diritti umani.

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahonoth ha scoperto che negli anni ’80 e ’90, il giudice Richard Goldstone ha mandato al patibolo almeno 28 neri. Goldstone, che in anni recenti si e’ pronunciato contro la pena di morte e ha aspramente criticato gli Stati che la applicano, durante l’apartheid si e’ mostrato inclemente nelle sue sentenze d’appello. In una di queste, rigurdante il caso di un ragazzo nero che aveva ucciso il proprietario bianco di un bar dopo essere stato licenziato, Goldstone ha scritto nel verdetto di condanna che “la pena di morte e’ l’unica punizione con potere di deterrenza”.

Goldstone si e’ difeso sostenendo che ha solo applicato la legge. L’avvocato americano Alan Dershowitz gli ha risposto che anche Menegle aveva usato le stesse parole, quando gli fu chiesto conto dei crimini compiuti durante il regime nazista.

Politica, Terrorismo
26 Aprile 2010

Hamas, Gilad Shalit, un padre

Quattro anni di prigionia, nessun contatto col mondo esterno, rifiuto delle reiterate richieste di visita da parte della Croce Rossa Internazionale, un solo video che prova che è vivo. E ora un cartoon,realizzato con dispendio di mezzi e indubbia professionalità, per far leva sul dolore di un padre che dal lontanissimo giugno del 2006 vive incollato al telefono nella speranza di una buona notizia che non arriva.

Vi consiglio di vederlo. Questo è il link al sito web di Hamas.

Il video è il ebraico, perché è all’opinione pubblica israeliana che si rivolge. L’uomo che appare di spalle nella prima sequenza e Noam Shalit, il padre coraggio, che da 4 anni batte le strade del mondo in lungo e largo per mobilitare l’opinione pubblica internazionale. Nel video,Noam cammina solitariocon la foto del figlio sotto braccio. Davanti ai suoi occhi i cartelloni elettorali con le promesse non mantenute di successivi premier, Olmert, Netanyahu. Legge su un quotidiano dell’offerta di 50 milioni di dollari a chiunque fornisca informazioni su Gilad. Il riferimento è ai 10 milioni di dollari che Israele ha poprmesso nel tentativo vano di avere notizie su Ron Arad, un pilota catturato 21 anni fa in Libano.  Il video, 3 minuti , si conclude con una sequenza agghiacciante. Noam, ormai vecchio , camminando a stento, giunge al confine di Gaza, da dove un convoglio della Croce Rossa esce. Gli riporta non il figlio, come lui fino all’ultimo spera, ma una bara.

Il cartoon diffuso all’indomani della decisione israeliana di permettere il trasferimento della figlioletta  malata del ministro dell’Interno di Hamas in un ospedale giordano.

Netanyahu ha reagito lapidario: “Il video svela la vera natura di Hamas”. Indignato anche Noam Shalit: “Hamas antepone i suoi interessi a quelli del suo popolo”.

Graditi vostri commenti…