Archivio 'Gilad Shalit'

Politica, Terrorismo
12 Ottobre 2011

Gilad Shalit torna a casa

Cinque anni, millenovecentotrentaquattro  giorni,  e ancora poche , lunghissime ore…. Gilad Shalit torna a casa. In cambio del soldato, Israele liberera’ oltre mille detenuti palestinesi, molti dei quali condannati per terrorismo.

Cari amici, vi propongo le emblematiche immagini di una notte straordinaria Sono state scattate a  Gerusalemme,  nella tenda di mamma e papa’ Shalit:  il loro sorriso non necessita  commento. A stringersi gioiosamente attorno a loro, centinaia di persone. Israele  ha rispettato l’impegno preso con i suoi soldati: riportarli a casa.  Anche Gaza festeggia: decine di migliaia di persone sono scese in piazza. Tra loro, i militanti del braccio armato di Hamas.

Cultura, Terrorismo
4 Luglio 2010

Zubin Mehta to Hamas: free Gilad Shalit

Per l’appello di Zubin Mehta, clicca qui: VTS_01_1_mpeg2video

Toccante appello di Zubin Mehta a Hamas. Il Maestro in campo per Gilad Shalit. Domani, dirigerà un concerto per il caporale israeliano, da 4 anni ostaggio di Hamas. “Chiediamo  a chi lo detiene di consentire alla Croce Rossa Internazionale di visitarlo, come prevede la Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra”, mi dice. Gli chiedo se pensa che il linguaggio universale della musica possa far breccia nel granitico cuore di Hamas. “Dobbiamo almeno sperarlo”, mi risponde, allrgando le braccia.

Il concerto si terra’ a Park Eshkol, nel Negev, vicino, ma non troppo, alla Striscia di Gaza. L’Esercito ha dissuaso gli organizzatori dal tenerlo a ridosso del confine, come avevano previsto in un primo momento. Musicisti e pubblico sarebbero stati troppo esposti ad un eventuale lancio di razzi, che nessuno si sente di escludere.

News, Terrorismo
24 Giugno 2010

Shabbat con la famiglia Shalit

Mitzpe Hila. E’ mezzogiorno di uno dei giorni piu’ torridi, sabato 18 giugno, quando arrivo a Mitzpe Hila, il villaggio dove la famiglia Shalit vive da 23 anni, la stessa eta’ di Gilad.  La casa, un villino bianco col tetto di tegole rosse, si trova sul punto piu’ alto di una collina che domina la Galilea Occidentale . La posizione ventilata non aiuta a sentire meno stringente la morsa di un caldo inusuale per la stagione. Dal giardino, guardando verso nord, si puo’ facilmente seguire con gli occhi il percorso della tortuosa   strada che segna il confine tra Israele e il Libano del Sud, il regno sempre piu’ incontrastato delle milizie sciite Hezbollah. Un katiuscia e’ esploso nel giardino dei vicini dei Shalit, nel luglio del 2006, durante la seconda guerra del Libano.

Suono il campanello. Mi apre Aviva, la mamma di Gilad, gli occhi rossi di chi non smette di piangere. E’ indaffarata ai fornelli, non parla mai con i giornalisti, cio’ che le e’ accaduto e’ piu’ grande di lei. Chiama il marito al telefono. Noam, calzoncini corti e t-shirt, arriva di li’ a pochi minuti. E’ arrabbiato e non lo nasconde. La pressione internazionale su Israele, dopo l’assalto alla facinorosa flottiglia per Gaza, ha spinto il premier Netanyahu a rimuovere l’embargo contro Hamas.  Vorrebbe almeno che il  mondo esercitasse la stessa pressione su Hamas, per farle accettare un accordo che definisce “generoso”, quello avanzato 6 mesi fa dal governo israeliano: “Mille detenuti palestinesi per mio figlio”. Mi conferma di aver contattato gli organizzatori della Flottiglia turca, di aver chiesto loro di portare un pacco per Gilad sulle loro navi, ottenendo un secco rifiuto. Da 4 anni, dal quel lontano 25 giugno del 2006, non e’ riuscito a far avere al figlio neppure una lettera. Hamas si rifiuta di compiere un gesto di umanità evidentemente  estraneo al DNA dell’integralismo islamico. Chiedo a Noam perche’ tanta ferocia. “Dimostra solo che Hamas e’ una banda di terroristi e nulla di piu’. Lo chieda a loro. Lei ci puo’ andare nella Striscia di Gaza, io no”. Rispondo che Muhammad Zahar, uomo forte di Hamas, risponde alla domanda invitando i giornalisti che gliela pongono ad occuparsi dei 10 mila prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.   Noam si inalbera. “E’ un parallelo ridicolo. I detenuti palestinesi ricevono lettere, pacchi, visite di familiari, soldi. Hanno la possibilità di compiere studi accademici. In prigione prendono la laurea, il master. Hanno la TV con tutti i canali via cavo. Mi figlio invece, questo lo sappiamo con certezza, da 4 anni vive nel piu’ completo isolamento, al buio, senza mai vedere la luce del sole. L’unico  contato e’ con i suoi carcerieri”.

Noam Shalit si e’ messo in aspettativa. Non avevo ne’ la testa ne’ il tempo la per il lavoro. Si dedica a tempo pieno alla campagna per la liberazione del figlio. Nonostante il sostegno dell’opinione pubblica israeliana, non vede luce alla fine del tunnel. Le trattative sono interrotte da dicembre, quando Hamas ha rifiutato l’offerta israeliana, avanzata dal mediatore tedesco.  I giorni passano, e nulla accade. Nel salotto, davanti al divano, in uno scatolone, una torta di plastica con su scritto “Buon 23esimo compleanno, il prossimo a casa”. L’ha portata uno dei tanti visitatori, in occasione dell’ultimo compleanno di Gilad, il quarto in cattività. “Non sappiamo com’e’ Gilad oggi. Non lo conosciamo piu’ – mi dice Noam, con un filo di voce e un mare di dolore -. E’ passato troppo tempo. Sappiamo solo come era 4 anni fa. L’ultimo volta che venne a casa, in congedo dal servizio militare, c’erano i mondiali di calcio in Germania e il torneo di basket della NBA. Amava calcio e  basket. Non si perdeva una partita, quando era a casa. Per vedere quelle di basket metteva la sveglia, si alzava nel cuore della notte, poi tornava a dormire. Non ha visto, naturalmente, l’ultima partita della Coppa del mondo”.  

Gilad Shalit fu rapito due settimane prima di Italia – Francia.  Da allora solo buio. Non sa che su Facebook decine di migliaia di persone hanno scelto la sua come foto del profilo. Non sa che davanti all’ufficio del primo ministro c’e’ una tenda dove stazionano, notte e giorno, volontari e che ogni mattina il cartello con il numero di giorni di prigionia e’ aggiornato manualmente: sono gia’ piu’ di 1500 giorni. Non sa neppure che il padre, Noam, oggi e’ a Roma, al Colosseo, e che alle 21,30uno dei monumenti piu’ famosi al mondo  si spegnerà, nel 4 anniversario del suo rapimento, per chiederne l’immediata liberazione, una iniziativa che mostra la straordinaria sensibilità  dell’Italia ad un caso che buona parte dell’opinione pubblica internazionale ignora.

Noam Shalit rientrerà domani in Israele. E dal 27 giugno all’8 luglio, marcerò da Mitzpe Hila a Gerusalemme. E’ intenzionato a restare davanti alla residenza di Netanyahu finché il figlio non tornerà a casa. Mi congeda con una amara certezza: “Non posso aspettare un altro anno”.