Archivio 'Hamas'

Terrorismo
14 Aprile 2011

Arrigoni nelle mani degli islamisti? No del Mossad

Ecco  una notizia di quelle che le anime belle dagli occhi bendati di certi settori, minoritari ma rumorosi, dell’estrema sinistra italiana non vogliono proprio capire. O forse, meglio, non possono capire. Vittorio Arrigoni, l’eroe di tutte le Flottiglie, passate, presenti e future, e’ stato rapito da un gruppo islamico, ancor piu’ radicale di Hamas, nella Striscia di Gaza che aveva eletto a sua seconda patria. Come e’ possibile, si chiedono ora quanti non possono neppure immaginare che un attivista filo palestinese possa essere nei guai per mano islamica? Naturalmente ci deve essere la mano del Mossad! Naturalemente e’ opera del complotto sionista! Naturalemente c’e’  lo zanpino di Berlusconi, che con un telefono cerca voti per far passare il processo breve alla Camera e con l’altro organizza rapimenti nella Striscia di Gaza!

No,  non sto scherzando. Commenti di questo tenore li trovate numerosi sulla pagina Facebook di Vittorio Arrigoni .

Nell’unire la mia voce a quella di quanti chiedono in queste ore l’immediata liberazione di Vittorio Arrigoni, mi sembra utile fornire ai lettori igmari della realtà’ di Gaza alcune informazioni che aiutano a comprendere l’origine di questo deprecabile episodio.  Il gruppo che ha rapito Arrigoni, “Monoteismo e Guerra Santa” fa parte della galassia salafista (o salafita), una corrente dell’Islam che predica un ritorno alle origini e la lotta a ogni forma di occidentalizzazione.  A Gaza, i salafisti (o salafiti) hanno fatto la loro comparsa dopo  la presa del potere di Hamas ai danni di Fatah, nel 2007. Hamas ha inizialmente  tollerato questi gruppi, affidando loro il compito di guardiani della “morale”.  I risultati sono sotto gli occhi di tutti: minacce e intimidazioni  nei confronti della sparuta comunità’ cristiana , duemila anime,  con l’assassinio, ancora impunito, del libraio  Rami Khader Ayya;   attacchi con bombe incendiarie  contro gli internet caffè’; il divieto ai parrucchieri uomini di esercitare la loro professione. In poco tempo, il peso dei salafisti (o salafiti) e’ cresciuto e  gruppi della galassia  hanno cominciato a sfidare apertamente  Hamas e il suo monopolio del potere.  Il primo scontro risale al 15 agosto del 2009, quando Abdel-Latif Moussa, leader del gruppo  Jund Ansar Allah, si proclamo’   emiro di Rafah. Hamas non andò per il sottile. Dopo poche ore, assalto’  la moschea nella quale era asserragliato l’auto proclamato emiro e  lo uccise assieme ai suoi seguaci.

Questo e’ il contesto in cui e’ maturato il rapimento di Vittorio Arrigoni. L’attivista italiano si trova nelle mani di un gruppo  il cui leader, lo sceicco Abu Walid-al-Maqdasi, era stato arrestato lo scorso mese da Hamas. E’ vittima dell’ideologia fondamentalista di gruppi islamici che criticano  Hamas per la lentezza con cui procede nell’islamizzazione della società palestinese.  Israele, il sionismo, Berlusconi non c’entrano nulla. Ma lo strabismo di chi crede che tutto il male sia da una sola parte, quella israeliana, gioca brutti scherzi. E offende la ragione.

Politica, Terrorismo
12 Dicembre 2010

Flottiglia: Lettera aperta al presidente dell’Ordine

Al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino ( email: enzo.iacopino@odg.it )

Caro Presidente,

Con questa lettera aperta, intendo esprimerle la mia profonda indignazione per la decisione di ospitare nei locali dell’Ordine dei Giornalisti la conferenza stampa di Freedom Flottiglia II. I giornalisti italiani sono iscritti d’ufficio all’Ordine, che in quanto istituzione professionale non dovrebbe schierarsi su argomenti controversi.

Freedom Flottiglia II è sponsorizzata dall’IHH (Insani Yardim Vakfi), un controverso gruppo fondamentalista islamico turco. Le vele delle sue imbarcazioni non sono gonfie di  anelito umanitario. Prima dell’epilogo sanguinoso della precedente spedizione, infatti, Israele si era offerto di consegnare gli aiuti alla popolazione di Gaza, dopo ispezione. Il vero scopo di Freedom Flottiglia è legittimare Hamas, movimento integralista votato alla distruzione di Israele, armato dall’Iran, e nemico giurato del Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.

A causa della complessata’ della situazione, la sua iniziativa, anche se – ne sono certo –animata dalle migliori intenzioni, risulta oggettivamente partigiana. Al fine di dissipare il sospetto che l’Ordine dei Giornalisti si schieri con una sola delle parti del conflitto – per giunta la più radicale, la invito ad ospitare al più presto una seconda conferenza, dando voce a chi non l’ha avuta nella prima: tra gli altri, i residenti di Sderot, la cittadina da 8 anni sotto il fuoco islamico e i familiari di Gilad Shalit, il caporale ostaggio da oltre 1600 giorni di Hamas.

Cordialmente

Claudio Pagliara, Corrispondente Rai per il Medio Oriente

Politica, Terrorismo
9 Dicembre 2010

Ordine dei Giornalisti pro Hamas? Non in mio nome!

Ieri sera un colpo di mortaio esploso dalla Striscia di Gaza ha ferito un israeliano. Dopo l’offensiva “Piombo fuso” il fuoco  islamico si e’ diradato, ma nessuno si fa illusioni che cessi. Hamas ha come obbiettivo dichiarato la distruzione di Israele. E’ finanziato dall’Iran, alla cui guida c’e’ un signore che nega l’olocausto e arricchisce uranio.   Ad esserne spaventati sono in primo luogo i Paesi arabi. Non solo quelli moderati, Egitto e Giordania. Ma anche la culla dell’islam, l’Arabia Saudita che, come ha svelato Wikileaks, ha ripetutamente chiesto agli Stati Uniti di bombardare  Teheran. Hamas, inoltre, e’ in rotta di collisione con il Presidente dell’Autorita’ Palestinese, Mahmoud Abbas, punto di riferimento di Stati Uniti e Europa.

In una situazione cosi’ complessa, e’ oltraggioso che il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Jacopino, abbia deciso di sostenere quel potente strumento di propaganda pro Hamas che prende il nome di “Freedom Flottiglia”. Con il pretesto di “liberare Gaza” il movimento e’ in prima linea nel tentativo di  delegittimare Israele e rafforzare il regime islamico che tiene in ostaggio un milione e mezzo di palestinesi a Gaza.

Enzo Jacopino e’ libero di promuovere le peggiori cause,  ma a titolo personale, non nelle vesti di Presidente  dell’Ordine dei Giornalisti. Non in mio nome. Non nel nome di molti, spero, miei colleghi.

Per i dettagli delle iniziativa pro flottiglia  del Presidente  dell’Ordine  dei Giornalisti, clicca qui

Politica, Terrorismo
24 Ottobre 2010

Goldstone and WikiLeaks

Alla fine gennaio 2009, quando potetti finalmente entrare nella Striscia di Gaza, che per il mese precedente, quello dell’offensiva Piombo Fuso, era stata  interdetta alla stampa estera (provvedimento censurabile  e controproducente, deciso – mi è stato  – dal premier Olmert  contro il parere dei vertici militari) realizzai almeno due scoop. Il primo: intervistai  una giovane ragazza che per tre settimane aveva implorato i militanti di Hamas di non usare il grattacielo dove abitava con decine di altre famiglie come base per lanciare razzi contro Israele, ricevendo come tutta risposta l’invito ad immolarsi per la causa. Il secondo: scoprii che il missile  israeliano che aveva fatto vittime in una delle scuole dell’Unrwa era esploso fuori il recinto, e non dentro come riportato dalle fonti locali.  

Poi è arrivato il rapporto Goldsone, che ha messo sullo stesso piano Hamas e Israele. Confesso che, da testimone dei fatti, ne rimasi sconcertato. Come è possibile un simile parallelo? Vero, l’offensiva Piombo Fuso ha causato  almeno 1200 vittime palestinesi. Vero , la maggioranza di esse sono civili. Eppure, la condotta di Hamas e di Israele non possono essere giudicate con lo stesso metro: da una parte c’è una organizzazione

Politica, Terrorismo
1 Ottobre 2010

Arafat, 10 anni dopo

Funerali Arafat

La notizia è passata inosservata, i media italiani non ne hanno parlato, ma a mio avviso è di grande importanza. E’ emerso nei giorni scorsi che Arafat, dopo Camp David,  chiese ad Hamas di compiere attentati terroristici. La fonte è credibile. A svelarlo infatti è Mohammed Zahar, l’uomo forte di Hamas a Gaza. Parlando agli studenti dell’Università islamica di Gaza City,  Zahar ha detto che “il Presidente Arafat istruì Hamas di portare a termine un certo numero di operazioni nel cuore dello stato ebraico dopo aver compreso che i negoziati con Israele erano falliti”. 

Operazioni militari, ovvero tradotto dal linguaggio del fondamentalismo islamico attentati terroristici. Finora, si riteneva che gli attentati riconducibili ad Arafat fossero solo quelli compiuti dal braccio militare di Fatah, le Brigate Al Aqsa. Ora invece si scopre che il rais porta la responsabilità morale e politica dell’intera Intifada dei kamikaze. 

Un dettaglio che dovrebbe aprire gli occhi a chi, come gran parte dell’Europa, criticò la decisione israeliana di confinare Arafat nella sua “Mukata”, durante gli ultimi tragici anni della sua vita. Arafat non si limitò a rifiutare l’offerta del premier israeliano  Barak. Orchestrò  contro Israele una vasta campagna di terrore. E per questo scopo chiese  il sostegno  degli integralisti islamici, nemici ieri come oggi, del priocesso di pace. La spiegazione non può che essere una. Contrariamente alle dichiarazioni pubbliche,  Arafat  condivideva l’obiettivo di fondo di Hamas, la distruzione dello stato ebraico.

Cultura, Terrorismo
4 Luglio 2010

Zubin Mehta to Hamas: free Gilad Shalit

Per l’appello di Zubin Mehta, clicca qui: VTS_01_1_mpeg2video

Toccante appello di Zubin Mehta a Hamas. Il Maestro in campo per Gilad Shalit. Domani, dirigerà un concerto per il caporale israeliano, da 4 anni ostaggio di Hamas. “Chiediamo  a chi lo detiene di consentire alla Croce Rossa Internazionale di visitarlo, come prevede la Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra”, mi dice. Gli chiedo se pensa che il linguaggio universale della musica possa far breccia nel granitico cuore di Hamas. “Dobbiamo almeno sperarlo”, mi risponde, allrgando le braccia.

Il concerto si terra’ a Park Eshkol, nel Negev, vicino, ma non troppo, alla Striscia di Gaza. L’Esercito ha dissuaso gli organizzatori dal tenerlo a ridosso del confine, come avevano previsto in un primo momento. Musicisti e pubblico sarebbero stati troppo esposti ad un eventuale lancio di razzi, che nessuno si sente di escludere.

News, Terrorismo
24 Giugno 2010

Shabbat con la famiglia Shalit

Mitzpe Hila. E’ mezzogiorno di uno dei giorni piu’ torridi, sabato 18 giugno, quando arrivo a Mitzpe Hila, il villaggio dove la famiglia Shalit vive da 23 anni, la stessa eta’ di Gilad.  La casa, un villino bianco col tetto di tegole rosse, si trova sul punto piu’ alto di una collina che domina la Galilea Occidentale . La posizione ventilata non aiuta a sentire meno stringente la morsa di un caldo inusuale per la stagione. Dal giardino, guardando verso nord, si puo’ facilmente seguire con gli occhi il percorso della tortuosa   strada che segna il confine tra Israele e il Libano del Sud, il regno sempre piu’ incontrastato delle milizie sciite Hezbollah. Un katiuscia e’ esploso nel giardino dei vicini dei Shalit, nel luglio del 2006, durante la seconda guerra del Libano.

Suono il campanello. Mi apre Aviva, la mamma di Gilad, gli occhi rossi di chi non smette di piangere. E’ indaffarata ai fornelli, non parla mai con i giornalisti, cio’ che le e’ accaduto e’ piu’ grande di lei. Chiama il marito al telefono. Noam, calzoncini corti e t-shirt, arriva di li’ a pochi minuti. E’ arrabbiato e non lo nasconde. La pressione internazionale su Israele, dopo l’assalto alla facinorosa flottiglia per Gaza, ha spinto il premier Netanyahu a rimuovere l’embargo contro Hamas.  Vorrebbe almeno che il  mondo esercitasse la stessa pressione su Hamas, per farle accettare un accordo che definisce “generoso”, quello avanzato 6 mesi fa dal governo israeliano: “Mille detenuti palestinesi per mio figlio”. Mi conferma di aver contattato gli organizzatori della Flottiglia turca, di aver chiesto loro di portare un pacco per Gilad sulle loro navi, ottenendo un secco rifiuto. Da 4 anni, dal quel lontano 25 giugno del 2006, non e’ riuscito a far avere al figlio neppure una lettera. Hamas si rifiuta di compiere un gesto di umanità evidentemente  estraneo al DNA dell’integralismo islamico. Chiedo a Noam perche’ tanta ferocia. “Dimostra solo che Hamas e’ una banda di terroristi e nulla di piu’. Lo chieda a loro. Lei ci puo’ andare nella Striscia di Gaza, io no”. Rispondo che Muhammad Zahar, uomo forte di Hamas, risponde alla domanda invitando i giornalisti che gliela pongono ad occuparsi dei 10 mila prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.   Noam si inalbera. “E’ un parallelo ridicolo. I detenuti palestinesi ricevono lettere, pacchi, visite di familiari, soldi. Hanno la possibilità di compiere studi accademici. In prigione prendono la laurea, il master. Hanno la TV con tutti i canali via cavo. Mi figlio invece, questo lo sappiamo con certezza, da 4 anni vive nel piu’ completo isolamento, al buio, senza mai vedere la luce del sole. L’unico  contato e’ con i suoi carcerieri”.

Noam Shalit si e’ messo in aspettativa. Non avevo ne’ la testa ne’ il tempo la per il lavoro. Si dedica a tempo pieno alla campagna per la liberazione del figlio. Nonostante il sostegno dell’opinione pubblica israeliana, non vede luce alla fine del tunnel. Le trattative sono interrotte da dicembre, quando Hamas ha rifiutato l’offerta israeliana, avanzata dal mediatore tedesco.  I giorni passano, e nulla accade. Nel salotto, davanti al divano, in uno scatolone, una torta di plastica con su scritto “Buon 23esimo compleanno, il prossimo a casa”. L’ha portata uno dei tanti visitatori, in occasione dell’ultimo compleanno di Gilad, il quarto in cattività. “Non sappiamo com’e’ Gilad oggi. Non lo conosciamo piu’ – mi dice Noam, con un filo di voce e un mare di dolore -. E’ passato troppo tempo. Sappiamo solo come era 4 anni fa. L’ultimo volta che venne a casa, in congedo dal servizio militare, c’erano i mondiali di calcio in Germania e il torneo di basket della NBA. Amava calcio e  basket. Non si perdeva una partita, quando era a casa. Per vedere quelle di basket metteva la sveglia, si alzava nel cuore della notte, poi tornava a dormire. Non ha visto, naturalmente, l’ultima partita della Coppa del mondo”.  

Gilad Shalit fu rapito due settimane prima di Italia – Francia.  Da allora solo buio. Non sa che su Facebook decine di migliaia di persone hanno scelto la sua come foto del profilo. Non sa che davanti all’ufficio del primo ministro c’e’ una tenda dove stazionano, notte e giorno, volontari e che ogni mattina il cartello con il numero di giorni di prigionia e’ aggiornato manualmente: sono gia’ piu’ di 1500 giorni. Non sa neppure che il padre, Noam, oggi e’ a Roma, al Colosseo, e che alle 21,30uno dei monumenti piu’ famosi al mondo  si spegnerà, nel 4 anniversario del suo rapimento, per chiederne l’immediata liberazione, una iniziativa che mostra la straordinaria sensibilità  dell’Italia ad un caso che buona parte dell’opinione pubblica internazionale ignora.

Noam Shalit rientrerà domani in Israele. E dal 27 giugno all’8 luglio, marcerò da Mitzpe Hila a Gerusalemme. E’ intenzionato a restare davanti alla residenza di Netanyahu finché il figlio non tornerà a casa. Mi congeda con una amara certezza: “Non posso aspettare un altro anno”.

Politica
6 Giugno 2010

Flottiglie, guerra nei media

I “pacifisti” italiani della Flottiglia “Free Gaza” non hanno mancato di dire idiozie al loro rientro in patria. La più grossa, quella dei cadaveri buttati a mare, falsità grossolana prontamente rilanciata da tutti i media, per poi finire, come tutte le “pinocchiate”  nel dimenticatoio.

Il web si è confermato l’arena privilegiata dove i due campi, pro “pacifisti” e pro israeliani se le sono date di santa ragione. Almeno sulla rete, il secondo campo ha prevalso. Il video che mostra i “pacifisti” della Marmara armati di bastoni ha battuto, con quasi un milione di contatti, l’altro video, il risultato della battaglia, lo spargineto di sangue.

Un buon colpo l’ha messo a segno MEMBRI, che ha trovato nei suoi archivi l’infuocato discorso con cui  Bulient Yildirim, organizzatore della “Flottiglia della pace”, lo scorso anno, a Gaza, glorificava  il martirio (per questo video, clicca qui).

Messo sotto accusa per la lentezza nello spiegare l’accaduto, il ministero dell’Informazione israeliano è incappato però in un errore. Ha inviato ai giornalisti accreditati il link al video We con the world, una parodia del celebre “We are the world”, che sberleffa i pacifisti. Divertente, ma non utilizzabile come arma ufficiale del governo. Dopo tre ore, gli stessi giornalisti hanno ricevuto una mail di contrite scuse: “Il video non rappresneta la posizione ufficiale del governo”.