Archivio per ‘Antisemitismo’


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27 gennaio – Per non dimenticare – Diretta Rai News 24 ore 11,30

27 gennaio 2013

Gerusalemme. Oggi, anniversario della liberazione di Auschwitz,  e’ il giorno della memoria. così ha deciso l’Onu.  Israele plaude a questa iniziativa ma commemora l’immane tragedia in un’altra data del calendario ebraico, che cade a maggio, lo  Yom ha-Shoah, anniversario della rivolta nel getto di Varsavia. Una differenza che ha un alto valore simbolico: Israele, che ha dato un futuro ai sopravvissuti e che ha eretto a supremo dovere nazionale il motto “mai più’”, ha scelto di ricordare l’Olocausto sottolinenado  uno dei pochi episodi di resistenza attiva degli ebrei alle deportazione anziché  l’arrivo delle truppe russe nella più spietata macchina della morte mai congegnata dalla mente umana.

In Italia, l’iniziativa più’ importante e’ l’inaugurazione di un Memoriale alla Shoah al Binario 21 della stazione di Milano, da cui partivano i treni dei deportati. Ci saranno il presidente Monti e il ministro Riccardi. La comunità’ di origini italiane che vive in Israele seguirà l’evento in diretta dallo Yad Vashem, il museo dell’olocausto di Gerusalemme, presenti l’ambasciatore Talo’ e Hanna Weiss, superstite di Auschwitz. La doppia cerimonia, Milano e Gerusalemme, verra’ trasmessa in diretta da Rai News 24 a partire dalle ore 1130.

Khaled Meshaal, il pregio della chiarezza

8 dicembre 2012

Khaled Meshaal, il capo “politico” di Hamas, ha compiuto oggi una storica visita nella Striscia di Gaza. Nel 25esimo anniversario del moviemtno islamico, ha pronunciato davanti ad una folla oceanica parole non nuove ma che nell’Europa affetta da Alzheimer  tendono  ad essere dimenticate: “La Palestina e’ nostra, dal fiume al mare, da nord a sud. Non concederemo un centimetro della nostra terra”. Più’ chiaro di così’, si muore. Non c’e’ posto per Israele nel Medio Oriente di Hamas.

Del resto, la vera natura del movimento islamico si e’ svelata, se ce ne fosse stato bisogno,  durante l’ultimo round con israele. I 2 missili Fajr di fabbricazione iraniana  lanciati verso Gerusalemme  avevano le stesse teoriche probabilità di fare strage nella parte orientale  e araba o in quella occidentale  e ebraica della città tre volte santa, di colpire il  Muro del Pianto, la basilica del Santo Sepolcro o la Moschea al Aqsa.  Neppure Saddam Hussein aveva osato tanto.

Penso a quel leader politico che qualche tempo fa nella residenza di un imbarazzato ambasciatore italiano  sosteneva l’ineluttabilità per Israele di parlare con Hamas. Penso al capo  di una ben nota organizzazione pacifista che a Sderot chiosava sulla sostanziale innocuità dei razzi di Hamas. Penso agli analisti che da domani ci spiegheranno che Khaled Meshaal in realtà  e’ un moderato, che si,  dice di voler distruggere Israele, ma mica lo pensa davvero, o se lo pensa non vuole lo vuole fare tutto in un colpo, solo un po’ alla volta, con pragmatismo.

Imbecillità’ o malafede?

Perché l’Occidente deve fermare l’Iran

7 novembre 2011

 In anteprima, l’editoriale che ho scritto per “L’Occidentele”

Gerusalemme. Invece di trincerarsi dietro vuote frasi, come la lapalissiana costatazione del ministro degli Esteri francese, Alain Juppé – “Un attacco all’Iran destabilizzerebbe l’intera regione” (sic) – Stati Uniti e ciò che resta dell’Unione Europea dovrebbero fare fronte comune con Israele e accompagnare nuove draconiane sanzioni economiche con la minaccia tangibile e certa di un intervento militare se l’Iran non rinuncerà al suo programma nucleare. Solo così, forse, si scongiurerebbe il peggio: un attacco preventivo e solitario di Israele, che a Gerusalemme è visto ancora come un’estrema, pericolosa spiaggia, ma che il premier Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Ehud Barak considerano la loro missione storica per scongiurare un secondo olocausto.

Il dilemma più difficile che nella sua pur travagliata storia mai Israele si è trovato ad affrontare è riassunto nel rapporto dell’AIEA – l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica. Secondo quanto trapelato, l’Iran nell’ultimo decennio ha corso senza sosta verso l’obbiettivo di diventare una (continua…)

Pallottole su Alice nel paese delle meraviglie

5 aprile 2011

Juliano Mer-Khamis, arabo israeliano, pacifista e sopratutto attore e regista, e’ stato ucciso ieri a Jenin, da un commando palestinese, una tragica ironia della sorte dal momento che aveva speso gran parte della sua vita a difendere la causa palestinese, lui che aveva sempre dovuto lottare con la sua doppia identità’, figlio di madre ebrea e di padre arabo. Lo hanno ammazzato con una raffica di pallottole davanti al  teatro che lui aveva creato, “Freedom Theater”, il teatro della libertà’.  Qualche tempo fa Juliano aveva ammesso di sentirsi in pericolo di vita e di prendere precauzioni. I radicali islamici non potevano sopportare l’idea che uno dei progetti culturali più’ importanti dei Territori fosse condotto da un artista per meta’  ebreo. , “Una lampante forma di razzismo”, aveva denunciato Juliano.  Che aveva concluso con parole chiaroveggenti:  ”Dopo tutto il lavoro  fatto in questo campo rifugiati, sarebbe una vera sfortuna essere ucciso da proiettili palestinesi” .  Il premier palestinese Salam Fayyad ha denunciato l’uccisione come “Una grande violazione dei valori umani” e ha promesso di arrestare i responsabili.

Avevo incontrato Juliano l’8 marzo a Jenin. Aveva scelto la Festa delle donne per la prima della sua nuova creatura artistica, un “Alice nel Paese delle meraviglie” in versione palestinese e femminista. Ecco il testo dell’intervista.

Claudio: Perché’ Alice nel Paese delle meraviglie a Jenin?

Juliano: Alice nel paese delle meraviglie e’ un testo immaginifico, fantasioso, non e’ stato difficile trasformarlo, adattarlo alla realtà’ di Jenin. E’ un inno alla liberazione: liberazione personale e liberazione nazionale. Per una strana coincidenza, mettiamo in scena lo spettacolo dopo le rivoluzioni in Tunisia, Egitto e, inshallah, anche in Libia.

C: La sua Alice e’ prima di tutto un’opera d’arte di alto livello, forse il più’ alto mai raggiunto in Palestina…

J.:Io metto l’enfasi sulla qualita’. Non e’ sufficiente avere un messaggio di alto valore sociale o politico. E’ importante che lo spettacolo abbia un alto valore artistico. L’equipe e’ composta da professionisti. E questo e’ il messaggio che cerchiamo di trasmettere sia agli studenti della scuola di teatro sia all’audience.

C: Ci racconti l’Alice di Jenin…

J: La nostra Alice e’ costretta a fidanzarsi con Ahmed, ma lei non vuole sposarlo e scappa. Nella fuga incontra Rabbit, il coniglio, che la trasporta nel Paese delle meraviglie, Jenin-land. Una terra delle meraviglie dove la gente non si cura che il telefonino squilli nel mezzo della rappresentazione teatrale, ad esempio… Una terra dove c’e’ un baccano infernale, dove l’esercito israliano compie incursioni. Entrata questo mondo, Alice incontra diversi uomini.  La desiderano, vogliono fare all’amore con lei, vogliono sposarla. Intraprendendo questo viaggio, Alice cresce, impara e diventa una ragazza indipendente,  si sente finalmente libera. Il messaggio e’ che se le nostre donne, le nostre sorelle, le nostre madri non saranno libere, noi tutti, noi palestinesi non saremo mai veramente liberi.

Picasso, Klimt, Chagall in cerca di proprietario

19 ottobre 2010

Da oggi,  la battaglia per restituire ai legittimi eredi le opere d’arte saccheggiate dai nazisti agli ebrei in Europa si avvale di un nuovo strumento, un sito internet, www.errproject.org . E’ stato creato dal Jewish Material Claims against Germany, meglio conosciuto come Claims Conference, e dal Museo dell’Olocausto di New York. Contiene il catalogo illustrato delle 20 mila opere rubate dai nazisti durante l’occupazione della Francia e del Belgio, inclusi dipinti di Picasso, Klimt e Chagall. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la maggior parte di queste opere non è ancora stata restituita.

Il catalogo on line è stato ricostruito sulla base delle schede di registrazione e del materiale fotografico rinvenuto negli archivi dell’ Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR), la task force creata da  Hitler per depredare i Paesi occupati dalle truppe naziste nella Seconda guerra mondiale.

La Via Dolorosa

27 agosto 2010

Sabato scorso sono andato a zonzo nella Citta’ Vecchia. Volevo raccogliere per il Tg1 le reazioni dei bottegai alla ripresa dei negoziati diretti israelo – palestinesi. A meta’ della Via Dolorosa  sono entrato in un negozio di spezie. Sul lungo banco, ben ordinati, mucchi di spezie dai colori forti e dagli odori intensi. Chiedo a Tarik Ben Shehab, il proprietario, la tunica da musulmano osservante, come vede Gerusalemme in caso di accordo. La risposta mi spiazza: “Non ci sara’ pace a Gerusalemme – dice con un ghigno -, finché ci saranno ebrei nel mondo”. E per assicurarsi che il messaggio sia stato compreso, aggiunge: “E lo dica, alla tv, se non ci sara’ pace a Gerusalemme, non ci sara’ pace neppure in Europa”. Detto cio’,  si infila nel retrobottega e ne emerge con un libretto in inglese di 80 pagine intitolato ”The Truth is…”. Me lo regala invitandomi a leggerlo con attenzione. Mi congedo frettolosamente. Il profumo delle spezie, e la volgarità delle affermazioni, mi causano ora un senso di oppressione. Il libricino e’una sorta di Bignami di idiozie sul Cristianesimo. Contiene affermazioni del tipo: ” Dio non e’ una torta, non si puo’ dividere in tre”. La vera religione, naturalmente e’ quella islamica. L’ultima pagina contiene il numero di cellulare del mio interlocutore. Con un invito a comporlo rivolto a chi si e’ lasciato convincere  ad abbracciare la Verita’, l’Islam. Conversione a tempi record assicurata!

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