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News, Politica
17 Giugno 2011

Siria, le voci dal confine

Ho visto una interminabile fila di vestitini  stesi sui fili, e tanti bambini giocare dietro le recizioni di plastica blu, che le autorità turche hanno issato per proteggere la privacy dei profughi siriani che sono sfuggiti alla macchina repressiva del regime di Bashar Assad. Da ieri, mi muvo  lungo il confine tra la Turchia e la Siria. Diecimala siriani  hanno trovato riparo in Turchia, altrettanti sono accampati lungo il confine, ma in territorio siriano. Non è facile raccogliere le loro testimonianze. Le autorità turche proibiscono ogni contatto esterno. 

Giocando al gatto e topo con la polizia turca, però, ci sono riuscito. Tre bellissime bambine hanno fatto capolino da dietro la fascia blu.  E’ stata una gioia vederle. Mi hanno detto che hanno parenti ancora in Siria. Non volevano parlare con i giornalisti. Dietro il volto disteso, c’è la paura inculcata da uno dei regimi arabi più repressivi. La polizia torca è arrivata quasi subito, mettendo fine alla conversazione. Ma non mi sono dato per vinto. Ho attraversato un torrente, e mi sono avvicinato al campo da dietro. Ho sentito voci da dietro la fascia di plastica. L’ho abbassata. Alcuni giovani erano a pochi metri, sdraiati sull’erba, all’ombra di un albero. Uno di essi, Ahmed, venti anni, ha accettato di buon grado di parlare.  Proviene da Jis el Shoughoul, la città teatro la scorsa settimana di una campagna da parte delle truppe di Bashar Assad, dopo essere sfuggita brevemente al controllo centrale. Mi ha descritto la brutalità delle forze di sicurezza, che non esitano a sparare su manifestazioni pacifiche. Lui ha perso un fratello e un cugino. Mi ha detto anche che alcuni agenti hanno stuprato donne sul ponte della città. Mi ha confermato che la settimana scorsa c’è stato un episodio di insubordinazione, alcuni ufficiali hanno disobbedito agli ordini di sparare sulla popolazione, un conflitto a fuoco è scoppiato tra . militari lealisti e disertori. 

Racconti analoghi deve averli raccolti anche Angelina Jolie, che oggi ha speso due ore e mezzo tra i profughi siriani. Le televisioni di tutto il mondo sono accorse per la star di Hollywood, che da anni è ambasciatrice di buona volontà dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu. L’abbiamo potuta intravvedere, ma da lontano. Anche in questo caso, le autorità turche non hanno consentito l’accesso della stampa al campo. La Jolie ha contribuito ad accendere i riflettori sulla tragedia in atto in Siria. C’è da sperare che smuova anche le coscienze a Palazzo di Vetro. Tre mesi di brutale repressione, 1.400 morti, oltre dieci mila persone arrestate non hanno prodotto neppure una risoluzione di generica condanna da parte del Consiglio di Sicurezza. La minaccia di veto da parte di Russia e Cina è riuscita finora a fermare l’iniziativa europea. Vergogna!

News, Terrorismo
15 Aprile 2011

Arrigoni assassinato da fanatici islamici

Nel cuore della notte, Hamas, in un   comunicato ha annunciato che  le sue forze speciali hanno trovato il corpo di Vittorio Arrigoni nel covo dove il gruppo salafita (o salafista) lo aveva fatto prigioniero.  L’attivista italiano sarebbe stato strangolato. Altre fonti riferivano che era stato  impiccato. Ci uniamo al dolore di familiari e amici per la scomparsa di un uomo che aveva scelto la causa palestinese ed e’ rimasto vittima  dell’odio più’  cieco di fanatici islamici. La sua morte segue di due settimane quella di un altro attivista filo palestinese, Juliano Mer-Khamis, l’attore e regista che si definiva palestinese ed ebreo: lui, di madre ebrea e di padre cristiano,  aveva scelto di insegnare teatro ai bambini del campo rifugiati di Jenin. Anche lui è rimasto vittima dell’odio cieco:  un commando di estremisti islamici lo ha ucciso sparandogli 5 pallottole a bruciapelo.

Riportiamo il comunicato di Hamas: contiene l’implicita ammissione che gruppi radicali islamici operano a Gaza per destabilizzare il regime assieme alla scontata accusa di servire gli interessi del nemico sionista.
“The Italian was killed by suffocation and his body was found in a street of the city of Gaza

Ehab Al-Ghsain, spokesman of Hamas interior ministry spokesman said during an urgent news conference that the arrest and the interrogation of one of the  group led to disclosing the location where they kept the abducted man. “The forces moved quickly and wisely to the place and found  that the abducted was killed hours ago and in an ugly manner  according to the pathologist,”
“The government condemns the ugly crime which does not reflect  our values, nor our religion nor our tradition and it confirms  it will chase the remaining members of the group,” Ghsain said the crime was the first in years and therefore n it did not reflect a retreat in the security stability of Gaza. He also accused those behind it of trying to serve the agenda  of Israel by “trying to terrorize those people who support the  Palestinian people in Gaza, especially in the time the  occupation announced they are trying to prevent the arrival of  more solidarity missions to Gaza.”

News, Società
3 Ottobre 2010

Oktoberfest Palestine style

Taybe. Per due giorni, la birra e’ scorsa a fiumi a Taybe, un villaggio cristiano, duemila abitanti appena, a pochi chiletri da Ramallah. Ieri e oggi si e’ svolta la sesta edizione dell”Oktoberfest. Si’, proprio cosi’ l’ha chiamato Nadim Khoury, il proprietario della locale fabbrica di birra. Solo che non siamo a Monico di Baviera ma in Palestina. Sul palco si sono alternati gruppi musicali , alcuni in bellissimi abiti tradizionali . In platea, boccale in mano, ragazzi e ragazze, cristiani e musulmani, palestinesi e turisti. E, sopresa, anche alcuni ebrei israeliani. Taybe si trova nell’area cosidetta B. Significa che gli israeliani ci possono andare ma devono stare attenti.

Per Khoury, la produzione di birra made in Palestina e’ qualcosa di piu’ di un busness, e’ anche il suo  personale contributo al rebranding della Palestina. Ci tiene a dimostrarmi, cifre alla mano, che le vendite di birra in Cisgiordania superano di gran lunga le capacita’ di consumo della minoranza cristiana. In altre parole, la birra Taybe e’ bevuta  anche dai musulmani, nonostante l’alcool sia vietato dal Corano.  E per renderla   accettabile anche dai cultori dell’ortodossia, Khoury da due anni ne produce una variante analcoolica. Le  foto sono state scattate dalla collega Alessandra Da Pra. Cin cin!

Cultura, News, Religioni, Società
7 Settembre 2010

Miracolo a Gerusalemme

Per un curioso gioco dei rispettivi calendari, quest’ano  ebrei e musulmani celebrano le loro ricorrenze religiose piu’ importanti negli stessi giorni. Domenica 5 settembre, di ritorno da Washington, per evitare di crollare addormentato all’ora sbagliata, mi sono lanciato in una passeggiata notturna nella citta’ vecchia. Per i musulmani era la Lailat ul-Qadr, la notte quando, secondo la tradizione, Maometto ha ricevuto il Corano. Per la ricorrenza, 300 mila fedeli sono andati a pregare sulla spianata delle Moschee.

A pochi metri in linea d’aria, il Muro del Pianto era preso d’assalto dagli ebrei che nei giorni precedenti lo Yom Kippur recitano le “slichot”, letteralmente “scuse”, ovvero chiedono perdono per i peccati.

Vivo a Gerusalemme da 7 anni. E’ la prima volta che due ricorrenze cosi’ importanti vengono celebrate senza tensione alcuna.

Nei prossimi giorni gli ebrei celebrano Rosh Ha Shana, il loro capodanno e i musulmani l’Eid al-Fitr, i tre giorni di festa grande che pongono fine al lungo mese di Ramadan. Nelle rispettive lingue, i miei personali auguri: Shana tova e Eid said.

News, Terrorismo
14 Agosto 2010

Nasrallah, una bufala rivelatirce

Hassan Nasrallah ha fatto uno “scoop”.  Non e’ stato il suo movimento, Hezbollah, a uccidere l’ex premier libanese Rafik Hariri il 14 febbraio del 2005, come il Tribunale dall’Onu si appresta a sentenziare ma, udite udite, Israele. Si’, l’arcinemica entità sionista sarebbe riuscita a piazzare decine di tonnellate di esplosivo sotto il selciato del lungomare di una citta’ , Beirut,  dove all’epoca non si muoveva foglia senza che la Siria volesse. E come prova di questa clamorosa notizia, Nasrallah ha fornito la “confessione” di un presunto agente del Mossad inviato, a suo dire, da Israele per convincere il governo libanese sulla responsabilità di Hezbollah nell’assassinio di Hariri e  vecchie immagini del luogo dell’attentato scattante anni prima da un drone israeliano.

Se non fossimo in Medioriente, la “rivelazione” meriterebbe di essere archiviata nel bidone della spazzatura.  Invece, ha avuto eco, eccome. Iran e Siria si sono affrettati a definire schiaccianti le “prove” fornite da Nasrallah. E l’anemico premier libanese, Saad Hariri, padre di Rafik Hariri, per non sbagliare ha chiesto all’Onu di valutare i nuovi elementi forniti da Hezbollah.

La farsa e’ destinata a continuare nei prossimi mesi, quando le prove vere, quelle raccolte dal tribunale ad hoc istituito dall’Onu nel 2007, inchioderanno, che le indiscrezioni sostengono, dirigenti di spicco di Hezbollah. Saad Hariri, che ha ceduto alle richieste di Hezbollah e ha dato al movimento sciita potere di veto nel governo, si troverà nella scomoda posizione di presiedere un governo dove siedono gli assassini del padre. Non vorremmo essere al suo posto.

 Le “rivelazioni” di Nasrallah sono pero’  anche e soprattutto la spia della debolezza della sua leadership. Quattro anni fa, con il rapimento di due soldati israeliani, ha spinto Gerusalemme ad una offensiva che ha distrutto le infrastrutture del Libano e ha imposto una robusta presenza di forze Unifil nel sud del Paese. E’ vero che in questi anni l’Iran, attraverso la Siria, ha riarmato Hezbollah ad un livello mai raggiunto prima. Ma Nasrallah ha di fatto le mani legate. Non puo’ continuare la sua guerra di frizione contro Israele perche’  le sue milizie sono state allontanate dal confine.  Il suo potere politico, una volta pubblicati i risultati dell’inchiesta del Tribunale Onu,  e’ destinato ad essere messo in discussione. Del resto, ricordiamolo, all’indomani della guerra del luglio del 2006, nonostante Israele non riusci’ ad ottenere una vittoria decisiva contro le sue milizie, Nasrallah  dichiarò che se avesse saputo l’intensità’ della reazione israeliana non avrebbe mai ordinato l’attacco che l’ha scatenata.

News
3 Luglio 2010

Fashion show a Ramallah

Ramallah, la Beirut della Palestina? Sembrerebbe proprio la strada imboccata dalla citta’ “sede provvisoria”, come si dice in politically correct,  dell’Autorità’ Palestinese. Ieri sono stato invitato  al “Night Gala”  organizzato dal ristorante lounge piu’ chic della citta’, Orjuwan.  Tra  due file di tavoli,  nastri bianchi delimitavano una passerella. 

Il primo Fashion show della storia di Ramallah ha visto protagoniste una diecina di modelle palestinesi alle prime armi, anche se un paio  hanno mostrato di avere i numeri per fare strada.  

Regista della serata,  Samar Daםud, proprietaria dell’omonima boutique, che ha fornito i vestiti indossati dalle modelle. La moda italiana ha fatto la parte del leone. 

Sotto la guida del presideete Abu Mazen e del premier Salam Fayyad, Ramallah fiorisce. Sotto il tallone del movimento islamico Hamas, Gaza invece perisce. Ad Orjouan ho incontrato un collega di un network arabo. L’avevo conosciuto a Gaza. “Sono fuggito, 4 mesi fa, con tutta la famiglia – mi dice -. Li’ la vita e’ impossobile. Quando esci con la tua ragazza, devi portare sempre con te il certificato ufficiale di fidanzamento per  mostrarlo ogni volta che un poliziotto ti ferma, altriemnti passi i guai”. Viva il Fashion show, viva Ramallah, sempre piu’ liberale.

News, Terrorismo
24 Giugno 2010

Shabbat con la famiglia Shalit

Mitzpe Hila. E’ mezzogiorno di uno dei giorni piu’ torridi, sabato 18 giugno, quando arrivo a Mitzpe Hila, il villaggio dove la famiglia Shalit vive da 23 anni, la stessa eta’ di Gilad.  La casa, un villino bianco col tetto di tegole rosse, si trova sul punto piu’ alto di una collina che domina la Galilea Occidentale . La posizione ventilata non aiuta a sentire meno stringente la morsa di un caldo inusuale per la stagione. Dal giardino, guardando verso nord, si puo’ facilmente seguire con gli occhi il percorso della tortuosa   strada che segna il confine tra Israele e il Libano del Sud, il regno sempre piu’ incontrastato delle milizie sciite Hezbollah. Un katiuscia e’ esploso nel giardino dei vicini dei Shalit, nel luglio del 2006, durante la seconda guerra del Libano.

Suono il campanello. Mi apre Aviva, la mamma di Gilad, gli occhi rossi di chi non smette di piangere. E’ indaffarata ai fornelli, non parla mai con i giornalisti, cio’ che le e’ accaduto e’ piu’ grande di lei. Chiama il marito al telefono. Noam, calzoncini corti e t-shirt, arriva di li’ a pochi minuti. E’ arrabbiato e non lo nasconde. La pressione internazionale su Israele, dopo l’assalto alla facinorosa flottiglia per Gaza, ha spinto il premier Netanyahu a rimuovere l’embargo contro Hamas.  Vorrebbe almeno che il  mondo esercitasse la stessa pressione su Hamas, per farle accettare un accordo che definisce “generoso”, quello avanzato 6 mesi fa dal governo israeliano: “Mille detenuti palestinesi per mio figlio”. Mi conferma di aver contattato gli organizzatori della Flottiglia turca, di aver chiesto loro di portare un pacco per Gilad sulle loro navi, ottenendo un secco rifiuto. Da 4 anni, dal quel lontano 25 giugno del 2006, non e’ riuscito a far avere al figlio neppure una lettera. Hamas si rifiuta di compiere un gesto di umanità evidentemente  estraneo al DNA dell’integralismo islamico. Chiedo a Noam perche’ tanta ferocia. “Dimostra solo che Hamas e’ una banda di terroristi e nulla di piu’. Lo chieda a loro. Lei ci puo’ andare nella Striscia di Gaza, io no”. Rispondo che Muhammad Zahar, uomo forte di Hamas, risponde alla domanda invitando i giornalisti che gliela pongono ad occuparsi dei 10 mila prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.   Noam si inalbera. “E’ un parallelo ridicolo. I detenuti palestinesi ricevono lettere, pacchi, visite di familiari, soldi. Hanno la possibilità di compiere studi accademici. In prigione prendono la laurea, il master. Hanno la TV con tutti i canali via cavo. Mi figlio invece, questo lo sappiamo con certezza, da 4 anni vive nel piu’ completo isolamento, al buio, senza mai vedere la luce del sole. L’unico  contato e’ con i suoi carcerieri”.

Noam Shalit si e’ messo in aspettativa. Non avevo ne’ la testa ne’ il tempo la per il lavoro. Si dedica a tempo pieno alla campagna per la liberazione del figlio. Nonostante il sostegno dell’opinione pubblica israeliana, non vede luce alla fine del tunnel. Le trattative sono interrotte da dicembre, quando Hamas ha rifiutato l’offerta israeliana, avanzata dal mediatore tedesco.  I giorni passano, e nulla accade. Nel salotto, davanti al divano, in uno scatolone, una torta di plastica con su scritto “Buon 23esimo compleanno, il prossimo a casa”. L’ha portata uno dei tanti visitatori, in occasione dell’ultimo compleanno di Gilad, il quarto in cattività. “Non sappiamo com’e’ Gilad oggi. Non lo conosciamo piu’ – mi dice Noam, con un filo di voce e un mare di dolore -. E’ passato troppo tempo. Sappiamo solo come era 4 anni fa. L’ultimo volta che venne a casa, in congedo dal servizio militare, c’erano i mondiali di calcio in Germania e il torneo di basket della NBA. Amava calcio e  basket. Non si perdeva una partita, quando era a casa. Per vedere quelle di basket metteva la sveglia, si alzava nel cuore della notte, poi tornava a dormire. Non ha visto, naturalmente, l’ultima partita della Coppa del mondo”.  

Gilad Shalit fu rapito due settimane prima di Italia – Francia.  Da allora solo buio. Non sa che su Facebook decine di migliaia di persone hanno scelto la sua come foto del profilo. Non sa che davanti all’ufficio del primo ministro c’e’ una tenda dove stazionano, notte e giorno, volontari e che ogni mattina il cartello con il numero di giorni di prigionia e’ aggiornato manualmente: sono gia’ piu’ di 1500 giorni. Non sa neppure che il padre, Noam, oggi e’ a Roma, al Colosseo, e che alle 21,30uno dei monumenti piu’ famosi al mondo  si spegnerà, nel 4 anniversario del suo rapimento, per chiederne l’immediata liberazione, una iniziativa che mostra la straordinaria sensibilità  dell’Italia ad un caso che buona parte dell’opinione pubblica internazionale ignora.

Noam Shalit rientrerà domani in Israele. E dal 27 giugno all’8 luglio, marcerò da Mitzpe Hila a Gerusalemme. E’ intenzionato a restare davanti alla residenza di Netanyahu finché il figlio non tornerà a casa. Mi congeda con una amara certezza: “Non posso aspettare un altro anno”.

News, Politica
8 Maggio 2010

Gli scheletri nell’armadio del fustigatore Goldstone

Richard Goldstone e’ stato giudice della corte d’appello del Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Questo elemento della sua biografia avrebbe dovuto consigliare cautela alle Nazioni Unite che lo hanno nominato capo della commissione d’inchiesta sull’operazione Piombo fuso a Gaza. E avrebbe dovuto suscitare la curiosita’ delle autorita’  israeliane dal momento che nel suo rapporto Goldstone accusa l’Idf, le Forze armate israeliane, di crimini di guerra. E’ stata invece un’inchiesta giornalistica – onore alla professione – ad aver gettato luce sul passato assai poco limpido di questo paladino dei diritti umani.

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahonoth ha scoperto che negli anni ’80 e ’90, il giudice Richard Goldstone ha mandato al patibolo almeno 28 neri. Goldstone, che in anni recenti si e’ pronunciato contro la pena di morte e ha aspramente criticato gli Stati che la applicano, durante l’apartheid si e’ mostrato inclemente nelle sue sentenze d’appello. In una di queste, rigurdante il caso di un ragazzo nero che aveva ucciso il proprietario bianco di un bar dopo essere stato licenziato, Goldstone ha scritto nel verdetto di condanna che “la pena di morte e’ l’unica punizione con potere di deterrenza”.

Goldstone si e’ difeso sostenendo che ha solo applicato la legge. L’avvocato americano Alan Dershowitz gli ha risposto che anche Menegle aveva usato le stesse parole, quando gli fu chiesto conto dei crimini compiuti durante il regime nazista.

News, Politica
23 Aprile 2010

Iran, il dilemma di Israele.

L’Iran, maestro nel prendere tempo, “apre” sulle ispezioni internazionali dei suoi siti atomici. Gli Usa tentennano se portare al Consiglio di Sicurezza sanzioni economiche sufficientemente annacquate da ottenere il sì di Russia e Cina o costruire una coalizione internazionale senza l’avallo Onu che sostenga misure davvero “paralizzanti”, come l’embargo alle importazioni di petrolio raffinato.

E Israele? Esplicitamente minacciato di distruzione dal regime degli ayatollah, Israele  sostiene l’amministrazione Obama nello sforzo di imporre sanzioni all’Iran. Ma col passare delle settimane, cresce la convinzione nell’establishment che ben difficilmente Teheran tornerà sui suoi passi. Ed ecco allora che due articoli, il primo di Chales Levinson sul Wall Street Lournal (per la traduzione in italiano, clicca qui), il secondo di Eitan Haber su Ynet, paventano la possibilità che il premier Netanyahu decida un attacco alle istallazioni nuclaeri iraniane anche contro il parere del comandate in capo Barak Obama. I due articoli sono illuminanti sul dilenmma che deve affrontare Israele, la più difficile decisione dalla sua nascita.