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28 Settembre

I due volti di El Paso

È passato oltre un mese dalla strage degli innocenti di El Paso, ma le lacrime ancora scorrono a fiotti dagli occhi della gente che visita il memoriale allestito accanto a Walmart,  il grande magazzino teatro della  sparatoria. Come ogni mattina, Antonio Basco arriva di buon ora con borse stracolme di doni. Ne ha ricevuti a bizzeffe da sconosciuti  in un afflato di solidarietà  per la tragedia che lo ha colpito, l’uccisione della moglie, Margie Reckard.

Antonio Basco

Il 3 agosto, ero al lavoro e mia moglie, come ogni sabato, è andata a fare spesa a Walmart. L’aspettavo a casa per le due.  Non vendendola arrivare, ho acceso la televisione e ho visto cosa era successo. Ho capito all’istante, ho sentito che non c’era più.

Margie è una delle 22 vittime dell’odio razzista di quest’uomo,  Patrick Crusius, 21 anni. E’ entrato nel grande magazzino, all’ora di punta, armato. Ha scaricato il fucile automatico sulla folla prima di arrendersi. Nel sito internet 8Chan – una piattaforma del suprematismo bianco – aveva pubblicato il suo manifesto,  passato inosservato fino a dopo la strage. “Voglio liberare l’America dagli invasori ispanici”, le sue parole.

El Paso, Texas  è una citta di seicento mila abitanti, l’80 per cento ispanici. Il Messico a pochi chilometri di distanza.

Raphael e la moglie hanno vissuto qui a lungo, prima di trasferirsi altrove, tre anni fa. Sono tornati apposta per rendere omaggio alle vittime.

Raphael

Siamo messicani. Questo eccidio ci unisce ancora di più. Non ce ne andremo mai, anche se siamo vittima di razzismo, come altre minoranze americane.

Maria

Appena ho visto le immagini in TV, ho cominciato a chiamare ogni singola persona che conosco, per assicurarmi che stesse bene. La disperazione mi ha assalito. L’unica cosa che potevo fare era di pregare E ho chiesto al Signore: perché permetti che questo accada?

Per Antonio, Margie era tutta la sua vita. Un angelo, la definisce.

Antonio Basco

Se quell’uomo si fosse preso la briga di guardarla negli occhi, sono certo che non l’avrebbe uccisa. Avrebbe avvertito l’amore che sgorgava dal suo cuore. Tutti ne erano colpiti.

Un amore a prima vista. 22 anni vissuti in simbiosi. Un legame che non si è mai allentato. Bastavano i suoi passi a fargli palpitare il cuore. Dal vuoto lasciato, l’idea che ha commosso l’America. E non solo

Antonio Basco

Ho detto in TV: non ho parenti da invitare, tutti possono venire ai funerali. A mia moglie piacerebbe.  La risposta mi ha lasciato di stucco. Margie ha  avuto il funerale più grande del mondo. 400 bouquet di rose, Oltre duemila perone, arrivate da mezzo mondo.

The savior is born – il Salvatore è nato. The gun Central, con la T fatta a croce. Fede e pistole, un matrimonio improbabile nei  murales di questa armeria. Il proprietario mi riceve con la pistola alla cintola. Qui sono in vendita al  grande pubblico armi concepite per  un teatro di guerra. Il top della gamma è questa Barret, il proiettile ha un raggio di un miglio, un chilometro e seicento metri.

Michael McIntyre, proprietario Gun Central

Non si può usare contro persone, lo proibisce la Convenzione di Ginevra. E’ solo per divertimento”

Rassicurato? Non proprio.  Questo fucile d’assalto è venduto  a civili come  arma di auto difesa.  Al contrario di altri Stati, una ventina, che hanno messo limiti   alla vendita di armi da guerra, nel Texas, uno degli stati più permissivi,  il  secondo emendamento –  il diritto costituzionale a possedere un’arma   – è considerato una   Bibbia.

Michael McIntyre, proprietario Gun Central

La grande maggioranza della popolazione di El Paso è  giunta alla conclusione che solo se sei armato puoi fermare un “bad guy”, Dopo quel che è successo a Walmert,  le  vendite di armi sono quintuplicate.

L’armeria ha un poligono di tiro indoor.  I clienti provano  le armi, prima di acquistarle. A pagamento, possono frequentare un corso di addestramento. Secondo il proprietario,  un’ora è sufficiente.   Il tarlo del dubbio però si fa strada anche tra chi le armi le ama.

René

Sono favorevole ad una riforma del sistema, Oggi basta una carta d’identità e in una manciata di minuti esci dal negozio  con un’arma. Ci sono  persone che non dovrebbero averla.  Ci vogliono controlli più efficaci, più estesi

Il backgroud check – il controllo sul retroterra di chi acquista armi  in Texas consiste in un modulo con i dati anagrafici che viene sottoposto on line alle autorità di polizia. La risposta arriva  in pochi minuti. Se si è incensurati, è quasi certamente positiva.

In  questa steak House, dove inglese e spagnolo si fondono in armonia,  la consapevolezza che sulle armi è necessario voltare pagina è diffusa.

Matthew

Bisogna  accertare che chi possiede armi  sia mentalmente  stabile e che sia una persona responsabile.

Le  strage di El Paso e le altre che si sono succedute nelle ultime settimane  – Dayton, Odessa, –  hanno  riacceso il pluridecennale dibattito sulle armi.  Una proposta di legge già approvata dalla Camera, che rafforza i controlli, attende di passare all’esame del Senato.  Le posizioni di Democratici e Repubblicani non sembrano inconciliabili, ma il presidente Trump tentenna, Guardiani dello status quo,  la National Rifle Association, la potente lobby delle armi.

Di fronte allo stillicidio di sangue, perché la politica non agisce??

Antonio Basco non ha una risposta, Ho forse ha l’unica risposta possibile.

Antonio Basco

Dico ai bambini, siate bravi a scuola, voi siete la prossima generazione. Forse sarete capaci di fermare tutto questo  odio

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28 Settembre

NewYork, startup italiane crescono

E’ stato ribattezzato l’Erasmus delle startup:  un periodo di formazione  all’estero per insegnare a giovani innovatori  di non  aver paura di sognare.

Francesco De Stefano, Caracol

La Caracol ha sviluppato un sistema innovativo di stampa 3D . Automotive, aeronautica, industria  militare,  i mercati di sbocco.  Nel futuro c’è una raccolta fondi per entrare nel competitivo mercato americano.

Francesco De Stefano, C Caracol

Il ministero per lo sviluppo economico e l’ICE hanno offerto a  100 start up italiane un soggiorno all’estero di tre mesi in alcuni tra gli acceleratori più rinomati. Trentatré, un terzo del totale, sono venute negli Stati Uniti, sette a New York.

Massimiliano Brustia, Doralia  

Doralia ha progettato una piattaforma e-comemrce per raffinati orafi abituati a muoversi su un mercato angusto. Dopo l’esperienza newyorkese, il salto di qualità:  mille artigiani, il mercato europeo e statunitense come orizzonte.

Finestra sull’Oriente: il mio buongiorno, Uncategorized
12 Maggio 2018

Finestra sull’Oriente. Il mio buongiorno: i guerrieri di Xi’an resuscitati

Il direttore del Centro di restauro dell’Esercito di terracotta di Ci’an

Il mio buongiorno in una foto al giorno: i guerrieri di Xi’an resuscitati.

Oggi vi porto nel centro di restauro dell’Esercito di terracotta: mille guerrieri degli ottomila riportati alla luce sono stati ricomposti e restaurati.

Come un puzzle …

La sfida più difficile e’ quella di preservarne i colori: senza trattamento,  basta un’esposizione  di soli quattro minuti all’ambiante circostante estremamente secco  per far saltare la lacca che li ricopre e che la sepoltura ha preservato per duemila anni.

 

Finestra sull’Oriente: il mio buongiorno, Uncategorized
11 Maggio 2018

Finestra sull’Oriente: blogger in Cina

Il mio buongiorno in una foto al giorno: blogger in Cina.

Federico Furlan, mamma cinese padre italiano, cresciuto a Milano, tre anni fa e’ rientrato a Shanghai e ora è un popolare blogger con milioni di follower specializzato nella ristorazione.

Ieri sera, ad un evento organizzato dalle istituzioni italiane per il lancio nel percato cinese del marchio Novi (i gianduiotti più buoni del mondo), sono rimasto colpito nel vederlo in azione. Armato solo di telefonino e lampada (acquistata su Taobao), ha raccontato in diretta  le fasi salienti della serata. Le sue tre ore di streaming, hanno totalizzato  mezzo milione di contatti.

La Cina che sta avanti.

Corea del Nord, Corea del Sud, Uncategorized
6 Maggio 2018

Hyeonseo Lee: “Ecco perché non credo a Kim”

Una delle più famose esuli nordcoreane, Hyeonseo Lee, in  un’intervista esclusiva nel giorno del vertice intercorrano del 27 aprile 2018, mi spiega perché non riesce a credere a Kim Jong-un, anche se in cuor suo spera di sbagliarsi.

L’intervista è andata in onda sul Tv7 del 27 aprile 2018

Intervista integrale in INGLESE

 

Testo integrale dell’intervista:

L’intervista

Hyeonseo Lee, scrittrice, fuggiasca 

Io sono una fuggiasca nordcoreana.  Sono scappata durante la carestia, quando più di un milione di persone sono morte per la mancanza di cibo. A quel tempo, io credevo che il mio Paese fosse il migliore, e che Kim Il-sung, e il caro leader Kim Jong-il, il primo e il secondo dittatore, fossero come Dio, non andassero neppure al bagno per fare i loro bisogni.  Non solo io ma quasi tutti i nordcoreani lo credevano sinceramente.

Vertice Trump Kim Jong-un: progresso o propaganda

Hyeonseo Lee  oggi è una affermata scrittrice e una indomita fustigatrice del regime al potere nel suo Paese natale,. Spinta dalla fame e dalla curiosità, ha attraversato il fiume Yalu, che divide la Corea del nord dalla Cina, nel 1997, a 19 anni. Se avesse saputo cosa la attendeva, forse non lo avrebbe fatto. Per dieci anni  è vissuta in Cina, sotto falsi nomi, per sfuggire alle grinfie della polizia che l’avrebbe

Israel, Israele, Palestinesi, Uncategorized
8 Dicembre 2017

Trump su Gerusalemme ha ragione: è la capitale d’Israele

Trump su Gerusalemme ha ragione.

Apriti cielo! La dichiarazione con cui Donald Trump ha riconosciuto che Gerusalemme è la capitale d’Israele è stata accolta da un coro di critiche. Non è piaciuta, ovvio, ai palestinesi, non è piaciuta, altrettanto ovviamente,  ai Paesi arabi. Ma non è piaciuta neppure agli alleati occidentali di Israele e allo stesso establishment diplomatico americano: l’assenza del segretario di Stato americano Tillerson dalla stanza della Casa Bianca da dove  Trump ha letto sul teleprompter gli 11 minuti di discorso suona come una netta presa di distanza.

Eppure,  Trump su Gerusalemme ha ragione e tutti gli altri torto. Gerusalemme è la capitale d’Israele da 70 anni. Dalla fondazione dello Stato, ospita la sede del governo, del Parlamento, della Corte suprema, ovvero i tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che costituiscono i pilastri di una democrazia. Il Congresso americano, con un voto bipartisan,  ha approvato nel lontano 23 ottobre del 1995 il Jerusalem Embassy Act, una legge che dispone lo spostamento dell’ambasciata statunitense dal lungomare di Tel Aviv alle colline di Gerusalemme ovest. Il rinvio dell’attuazione di questa decisione non ha dato – come ora si vuol far credere – più frecce all’arco della diplomazia americana. Lo dimostra il fallimento del più serio tentativo di forgiare un accordo di pace, quello compiuto da Bill Clinton. E chi avesse dubbi sulle responsabilità di Arafat nel naufragio del processo di pace di Camp David, si rilegga  le memorie dell’ex presidente americano che ne fu l’artefice.

E’ patetico lo sforzo di molti commentatori di dimostrare che la mossa di Trump comprometterebbe il processo di pace. Ma scherziamo? Chi lo scrive non ha il senso del ridicolo? Processo di pace! Chi ne ha visto un barlume batta un colpo. Non c’è processo di pace alcuno, e non ci sarà ancora per molto tempo, fino a quando le leadership dei due popoli  non mostreranno una onesta determinazione di volerlo perseguire.

Detto ciò, l’annuncio di Trump  va messo nella dovuta prospettiva. Riconoscendo Gerusalemme quale capitale d’Israele, il capo della Casa Bianca  non ne ha demarcato i confini. Ha ribadito, al contrario,  quella che è la tradizionale linea della diplomazia americana:  spetta a israeliani e palestinesi stabilire col negoziato i confini reciproci e risolvere le dispute territoriali, Gerusalemme inclusa. Per questo,  sarebbe auspicabile che le forti e contrastanti emozioni legittimamente suscitate  dalle parole del Presidente americano –  gioia in Israele e rabbia nei Territori palestinesi – si spegnessero e lasciassero il posto valutazioni  più ponderate.

Chi,  da una parte e dall’altra, con rammarico o soddisfazione, ritene che  Trump abbia messo di fatto la pietra tombale sull’unica soluzione del conflitto possibile, quella basata sulla formula “due Stati per due popoli”,  potrebbe presto o tardi dover fare   i conti con  il suo  volto del capo dellas Casa Bianca, quello dell’uomo d’affari, per il quale tutto è negoziabile e un compromesso è sempre possibile, basta pagare il giusto prezzo. La formula “uno stato” – verso la quale  paradossalmente ma non troppo convergono gli opposti estremismi – è palesemente una non soluzione. perpetuerebbe esacerbandolo il conflitto attuale. A mantenere viva la speranza, una costatazione. Anche in questi anni di stallo, la cooperazione sul terreno della sicurezza tra l’esercito israeliano e le forze di polizia dell’Autorità palestinese, che   non si è interrotta se non per brevi periodi, ha evitato, nell’interesse reciproco,  il dilagare della violenza.  Da questa realtà,  si dovrà  prima o poi ripartire. Leader coraggiosi cercasi.

Per vedere il mio documentario su Gerusalemme, clicca qui