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Finestra sull’Oriente: il mio buongiorno, Uncategorized
12 Maggio

Finestra sull’Oriente. Il mio buongiorno: i guerrieri di Xi’an resuscitati

Il direttore del Centro di restauro dell’Esercito di terracotta di Ci’an

Il mio buongiorno in una foto al giorno: i guerrieri di Xi’an resuscitati.

Oggi vi porto nel centro di restauro dell’Esercito di terracotta: mille guerrieri degli ottomila riportati alla luce sono stati ricomposti e restaurati.

Come un puzzle …

La sfida più difficile e’ quella di preservarne i colori: senza trattamento,  basta un’esposizione  di soli quattro minuti all’ambiante circostante estremamente secco  per far saltare la lacca che li ricopre e che la sepoltura ha preservato per duemila anni.

 

Finestra sull’Oriente: il mio buongiorno, Uncategorized
11 Maggio

Finestra sull’Oriente: blogger in Cina

Il mio buongiorno in una foto al giorno: blogger in Cina.

Federico Furlan, mamma cinese padre italiano, cresciuto a Milano, tre anni fa e’ rientrato a Shanghai e ora è un popolare blogger con milioni di follower specializzato nella ristorazione.

Ieri sera, ad un evento organizzato dalle istituzioni italiane per il lancio nel percato cinese del marchio Novi (i gianduiotti più buoni del mondo), sono rimasto colpito nel vederlo in azione. Armato solo di telefonino e lampada (acquistata su Taobao), ha raccontato in diretta  le fasi salienti della serata. Le sue tre ore di streaming, hanno totalizzato  mezzo milione di contatti.

La Cina che sta avanti.

Corea del Nord, Corea del Sud, Uncategorized
6 Maggio

Hyeonseo Lee: “Ecco perché non credo a Kim”

Una delle più famose esuli nordcoreane, Hyeonseo Lee, in  un’intervista esclusiva nel giorno del vertice intercorrano del 27 aprile 2018, mi spiega perché non riesce a credere a Kim Jong-un, anche se in cuor suo spera di sbagliarsi.

L’intervista è andata in onda sul Tv7 del 27 aprile 2018

Intervista integrale in INGLESE

 

Testo integrale dell’intervista:

L’intervista

Hyeonseo Lee, scrittrice, fuggiasca 

Io sono una fuggiasca nordcoreana.  Sono scappata durante la carestia, quando più di un milione di persone sono morte per la mancanza di cibo. A quel tempo, io credevo che il mio Paese fosse il migliore, e che Kim Il-sung, e il caro leader Kim Jong-il, il primo e il secondo dittatore, fossero come Dio, non andassero neppure al bagno per fare i loro bisogni.  Non solo io ma quasi tutti i nordcoreani lo credevano sinceramente.

Vertice Trump Kim Jong-un: progresso o propaganda

Hyeonseo Lee  oggi è una affermata scrittrice e una indomita fustigatrice del regime al potere nel suo Paese natale,. Spinta dalla fame e dalla curiosità, ha attraversato il fiume Yalu, che divide la Corea del nord dalla Cina, nel 1997, a 19 anni. Se avesse saputo cosa la attendeva, forse non lo avrebbe fatto. Per dieci anni  è vissuta in Cina, sotto falsi nomi, per sfuggire alle grinfie della polizia che l’avrebbe

Israel, Israele, Palestinesi, Uncategorized
8 Dicembre 2017

Trump su Gerusalemme ha ragione: è la capitale d’Israele

Trump su Gerusalemme ha ragione.

Apriti cielo! La dichiarazione con cui Donald Trump ha riconosciuto che Gerusalemme è la capitale d’Israele è stata accolta da un coro di critiche. Non è piaciuta, ovvio, ai palestinesi, non è piaciuta, altrettanto ovviamente,  ai Paesi arabi. Ma non è piaciuta neppure agli alleati occidentali di Israele e allo stesso establishment diplomatico americano: l’assenza del segretario di Stato americano Tillerson dalla stanza della Casa Bianca da dove  Trump ha letto sul teleprompter gli 11 minuti di discorso suona come una netta presa di distanza.

Eppure,  Trump su Gerusalemme ha ragione e tutti gli altri torto. Gerusalemme è la capitale d’Israele da 70 anni. Dalla fondazione dello Stato, ospita la sede del governo, del Parlamento, della Corte suprema, ovvero i tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che costituiscono i pilastri di una democrazia. Il Congresso americano, con un voto bipartisan,  ha approvato nel lontano 23 ottobre del 1995 il Jerusalem Embassy Act, una legge che dispone lo spostamento dell’ambasciata statunitense dal lungomare di Tel Aviv alle colline di Gerusalemme ovest. Il rinvio dell’attuazione di questa decisione non ha dato – come ora si vuol far credere – più frecce all’arco della diplomazia americana. Lo dimostra il fallimento del più serio tentativo di forgiare un accordo di pace, quello compiuto da Bill Clinton. E chi avesse dubbi sulle responsabilità di Arafat nel naufragio del processo di pace di Camp David, si rilegga  le memorie dell’ex presidente americano che ne fu l’artefice.

E’ patetico lo sforzo di molti commentatori di dimostrare che la mossa di Trump comprometterebbe il processo di pace. Ma scherziamo? Chi lo scrive non ha il senso del ridicolo? Processo di pace! Chi ne ha visto un barlume batta un colpo. Non c’è processo di pace alcuno, e non ci sarà ancora per molto tempo, fino a quando le leadership dei due popoli  non mostreranno una onesta determinazione di volerlo perseguire.

Detto ciò, l’annuncio di Trump  va messo nella dovuta prospettiva. Riconoscendo Gerusalemme quale capitale d’Israele, il capo della Casa Bianca  non ne ha demarcato i confini. Ha ribadito, al contrario,  quella che è la tradizionale linea della diplomazia americana:  spetta a israeliani e palestinesi stabilire col negoziato i confini reciproci e risolvere le dispute territoriali, Gerusalemme inclusa. Per questo,  sarebbe auspicabile che le forti e contrastanti emozioni legittimamente suscitate  dalle parole del Presidente americano –  gioia in Israele e rabbia nei Territori palestinesi – si spegnessero e lasciassero il posto valutazioni  più ponderate.

Chi,  da una parte e dall’altra, con rammarico o soddisfazione, ritene che  Trump abbia messo di fatto la pietra tombale sull’unica soluzione del conflitto possibile, quella basata sulla formula “due Stati per due popoli”,  potrebbe presto o tardi dover fare   i conti con  il suo  volto del capo dellas Casa Bianca, quello dell’uomo d’affari, per il quale tutto è negoziabile e un compromesso è sempre possibile, basta pagare il giusto prezzo. La formula “uno stato” – verso la quale  paradossalmente ma non troppo convergono gli opposti estremismi – è palesemente una non soluzione. perpetuerebbe esacerbandolo il conflitto attuale. A mantenere viva la speranza, una costatazione. Anche in questi anni di stallo, la cooperazione sul terreno della sicurezza tra l’esercito israeliano e le forze di polizia dell’Autorità palestinese, che   non si è interrotta se non per brevi periodi, ha evitato, nell’interesse reciproco,  il dilagare della violenza.  Da questa realtà,  si dovrà  prima o poi ripartire. Leader coraggiosi cercasi.

Per vedere il mio documentario su Gerusalemme, clicca qui