Archivio 'Egitto'

17 Giugno 2012

Egitto, razzi “elettorali” su Israele

L’Egitto è ad un crocevia cruciale.

Le prossime ore determineranno l’esito del braccio di ferro tra Fratelli musulmani e Esercito. La previsione degli osservatori più attenti è che i primi avranno la meglio sul secondo.  Nuovi scenari si aprono in Medio Oriente. L’Occidente è allineato sulla posizione dell’amministrazione Obama, che ha scommesso nella moderazione dei prossimi padroni del più popoloso Paese arabo.

Una notizia che Israele ha volutamente ridimensionato, però, la dice lunga sull’ideologia dell’organizzazione islamista egiziana.  Nella notte tra venerdì e sabato, due Grad sono esplosi nel Negev. Uno ha raggiunto Mizpe Ramon, che non dista molto da Dimona.  Scendo l’intelligence israeliana,  i due missili sono stati lanciati dal Sinai da una unità beduina, che ha ricevuto disco verde dai Fratelli musulmani  tramite Hamas.  L’obiettivo  è chiaro: una provocazione anti-israeliana è un potente  strumento di propaganda elettorale ad urne presidenziali aperte: nessun discorso, nessuno spot vale di più di un razzo lanciato contro l’arcinemico di sempre. 

Bene ha fatto Israele a non cadere nella trappola e gettare acqua sul fuoco. Ma la singolare strategia elettorale dei prossimi probabili padroni dell’Egitto dovrebbe perlomeno aprire gli occhi all’Occidente naif.  C’è di che dubitarne…

19 Aprile 2011

Egitto, islamisti all’attacco

Islamisti all’attacco nella città meridionale di Qena, in Egitto. La nomina di un governatore cristiano copto  ha scatenato la protesta dei salafiti. Bloccate  le strade principali della città.  I dimostranti chiedono la rimozione del governatore cristiano, sostenendo che non applicherà alla lettera la legge islamica. Come dar loro torto?

Nell’Egitto del dopo Mubarak, gli islamisti, che erano rimasti alla finestra durante i moti di piazza Tahrir, stanno mostrando sempre più apertamente il loro vero volto. A essere preoccupata è proprio la “Facebook Generation” che aveva guidato la rivolta contro l’ultimo dei Faraoni.  L’Occidente, invece,  tace…

10 Marzo 2011

Parla Amidror, il nuovo Consigliere di Netanyahu

Netanyahu ha scelto il generale Yaakov Amidror come nuovo Presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ignorando le perplessità di settori  della sinistra che lo considerano un falco. Sostituirà Uzi Arad, che torna all’attività accademica, dopo che il ministro degli Esteri Lieberman si è opposto alla sua nomina ad ambasciatore in Gran Bretagna.

Amidror è stato il primo comandante arrivato dalle file del sionismo religioso.  Ha servito nell’esercito per 36 anni, ricoprendo gli incarichi di direttore dell’intelligence militare e comandante dell’Accademia militare. Il 9 febbraio scorso, quando la piazza Tahrir ancora non aveva dato la spallata finale a Mubarak, l’ho intervistato nella sede dell’Istituto Lander, di cui è vice presidente da quando è andato in pensione dall’Esercito.  Alla luce della nomina, le sue risposte aiutano a capire il punto di vista dell’establishment israeliano sulle sfide del prossimo futuro.

Lei teme che l’Egitto possa cambiare la sua collocazione internazionale?

Non abbiamo la sfera di cristallo.    Ciò che conosciamo è la situazione sul campo. L’opposizione ha caratteristiche singolari. Non ha un leader, si è organizzata attraverso internet, Facebook. La domanda aperta è cosa accadrà quando il popolo sarà chiamato a votare. Per raccogliere voti, è necessaria una organizzazione. E per ora c’è una sola forza organizzata, i Fratelli Musulmani. Hanno una lunga tradizione, 80 anni, profonde radici nella società e sono ramificati in tutto l’Egitto.  La loro forza l’hanno dimostrata nelle penultime elezioni, ottenendo 88 seggi contro i 36 delle altre forze dell’opposizione. Al momento, non sappiamo cosa accadrà al partito di governo, se si disintegrerà, se troverà un nuovo leader. In ogni caso, c’è  ragione di temere che in libere e democratiche elezioni i Fratelli Musulmani vincano. E’ già accaduto in passato.   Penso alla Rivoluzione francese: alla fine gli estremisti, non i liberali,  prevalsero. Penso alla rivoluzione in Russia: prima che i comunisti ne prendessero la testa era guidata da forse democratiche e liberali. Pensi all’Iran: il  premier, nel 1978, era un liberale e alla fine è tornato Khomeini e ha spazzato via tutti. E non facciamoci illusioni, Il linguaggio moderato usato oggi dei Fratelli Musulmani  fa parte del gioco. La loro ideologia è quella dell’estremismo islamico. Se in futuro saranno in grado di influenzare il  governo, condurranno l’Egitto in uno stato di frizione con Israele.

Se l’Egitto cadesse nelle mani dei Fratelli Musulmani, che nuovi problemi di sicurezza ci sarebbero per Israele?

Dipende dall’Egitto. Noi non abbiamo interesse a cambiare nulla. Stiamo a guardare, cerchiamo di impariarare e col tempo  valuteremo il da farsi. Reagiremo a seconda delle azioni che verranno dall’altra parte del confine. Sono certo che l’esercito egiziano comprende il pericolo di un cambio di politica e farà tutto il possibile per mantenere lo status quo. Ma Israele è di fronte ad un gigantesco punto interrogativo. La verità è che non possiamo prevedere che direzione prenderà l’Egitto.

Le nuove incognite hanno un impatto sul processo di pace?

7 Marzo 2011

Internet, Che Guevara del XXI secolo

Cari amici, posto la “Lettera da Gerusalemme” che ho scritto per il prossimo numero di Prima Comunicazione:

Gerusalemme. Si chiamano Facebook, Twitter, YouTube, i Che Guevara del XXI secolo, i nuovi Lenin che catalizzano il malcontento del nostri giorni, I Mao Tze Tung che fanno compiere in un battibaleno una lunga marcia ai popoli del mondo arabo. Internet, con i suoi “social network”, ha supplito alla palese mancanza di leader nelle piazze di Tunisi e Cairo. I video amatoriali realizzati con i telefonini hanno sconfitto la sofisticata macchina della censura di stato e messo in luce la repressione in Libia e Iran. Le nuove tecnologie, insomma, hanno dato forma alla protesta nel mondo islamico, trasformandola spesso in moto rivoluzionario, in valanga capace di seppellire bugie dal naso lunghissimo e con esse i regimi le avevano irradiate. “Da decenni, i leader arabi hanno eretto la corruzione a sistema e scaricato le responsabilita’ di tutti i mali su Israele”, dice a Prima Comunicazione Itamar Marcus, direttore del Palestinian Media Watch, nel suo ufficio di Gerusalemme, da dove monitora i media arabi . “A cambiare le carte in tavola e’ stato l’avvento di internet. All’improvviso, popoli tenuti all’oscuro di tutto, si sono aperti al mondo, hanno avuto conferma della corruzione dei propri leader e si sono ribellati”.

Sufian Belhaj è un tunisino di 28 anni, laurea in Scienze Politiche a Bruxelles, disoccupato. Avendo tempo a disposizione, ha cominciato a frequentare con assiduità Facebook e Twitter. Quando a novembre Wikileaks ha pubblicato i documenti del Dipartimento di Stato americano che denunciavano la quasi mafia del regime di Ben Ali e la cupidigia senza limiti della first lady, Leila Trabelsi, Belhaj ha fatto la cosa più semplice: li ha tradotti in arabo e pubblicati su Facebook con lo pseudonimo di Hamadi Kalaucha. Una settimana dopo, 170 mila utenti avevano cliccato “I like” sulla pagina. Le autorità tunisine ci hanno messo un mese a cancellare il gruppo Nel frattempo però i documenti compromettenti erano stati condivisi da centinaia di blogger. A nulla è valso l’arresto di Belhaj. Dopo pochi giorni, Bel Ali è stato costretto all’esilio.

Anche in Egitto un internauta è divenuto eroe della rivoluzione. Si tratta di Wael Ghonim, il responsabile marketing per il Medio Oriente di Google. Sotto le mentite spoglie di El Shaeed (Il martire) ha creato un gruppo in Facebook chiamato: “Siamo tutti Ali Khaled”.  Il riferimento è al nome di un blogger ucciso a bastonate la scorsa estate dalla polizia egiziana. Ghonim ha lanciato su internet una campagna contro le torture. All’apice della protesta, 300 mila persone erano iscritte alla sua pagina. Anche Ghonim ha conosciuto la galera, dieci giorni. Ne e’ uscito quando ancora Mubarak era in sella, sull’onda della pressione popolare di piazza Tahrir, che lo ha innalzato a simbolo.  Lui oggi rifiuta il titolo di leader della protesta democratica. “Ho solo scritto dei post – minimizza -. Alla fin fine, è la forza del popolo ad aver fatto vioncere la rivoluzione”.

Sarà ma senza la rete ben difficilmente l’onda di protesta si sarebbe propagata così in fretta. Tunisia ed Egitto hanno un indice di penetrazione d’internet del 20 per cento, ancora basso rispetto alla media occidentale ma rilevante. Oltre, e ancor più di Facebook, a far la differenza è stato il cellulare. Le immagini della repressione in Libia e a Bahrain, immortalate dai telefonini, hanno fatto il giro del mondo via Msm e YouTube, facendo sprofondare nel ridicolo i media ufficiali che hanno continuato a ignorare i moti di piazza.  Il ruolo dei nuovi media è stato anche quello di far scoprire alla gente che i propri problemi erano condivisi. “In passato, ognuno era portato a pensare che la sua frustrazione fosse un fatto individuale. – dice Itamar Marcus -. Ora, grazie ai social network, è possibile condividere le proprie pene con centinaia, migliaia di persone, scoprendo che non si è soli. Questo da fiducia. Tunisia ed Egitto sono stati l’inizio. Il processo va avanti”.

Uno che se ne intende come Alec Ross, assistente per l’innovazione del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, sintetizza: “Non c’e’ più bisogno di una sola figura rivoluzionaria per ispirare e organizzare le masse. Nell’era digitale, la leadership rivoluzionaria può essere distribuita, come è chiaramente accaduto in Tunisia ed Egitto”.